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Su McKinsey ho promosso un’interrogazione parlamentare: temo il conflitto d’interessi

Di recente diversi media hanno riportato che alcuni stati membri Ue, come l’Italia, si stanno avvalendo di aziende private di consulenza strategica per supportare le attività propedeutiche alla presentazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza previsti dal Recovery and Resilience Facility nell’ambito di Next Generation Eu.

Del resto, non è la prima volta che i governi si servono delle grandi società di consulenza privata. Allora, proprio perché non è un caso che riguarda solo l’Italia, mi sono fatto promotore di un’interrogazione, coinvolgendo anche altri colleghi europarlamentari di diversi gruppi politici, dai Socialisti & democratici ai Verdi, passando per i non iscritti del Movimento 5 stelle.

Abbiamo chiesto, senza pregiudizi di sorta, se vi fosse una compatibilità di queste pratiche con i principi di accountability e trasparenza che dovrebbero ispirare le nostre democrazie, perché, a un primo esame, le criticità che simili scelte evidenziano sono molteplici. Da un lato, si evince una certa fragilità o sfiducia negli apparati dello Stato, dall’altro si pone un tema democratico di responsabilità delle decisioni adottate.

É vero che il know-how di queste multinazionali, come McKinsey, può svolgere una funzione di completamento delle competenze ministeriali, offrendo un sostegno tecnico-operativo e di project management in grado di indirizzare il piano, ma il rovescio della medaglia è che una partecipazione non regolamentata potrebbe risultare rischiosa e controproducente per la nostra democrazia.

Più che esternalizzare funzioni pubbliche ai privati, dovremmo puntare a portare i più talentuosi che lavorano nel privato o all’estero nella pubblica amministrazione, in particolare giovani. I tempi sono maturi per siglare un patto con la migliore gioventù italiana al fine garantire percorsi specifici di assunzione e modalità salariali adeguate in cambio dell’aiuto nella programmazione delle risorse di Next Generation Eu e del prossimo ciclo di programmazione europea 2021-2027. Un’opportunità di “rigenerazione amministrativa”, già prevista nell’ultima Legge di bilancio varata dal governo Conte, che sperò che il nuovo governo vorrà cogliere.

I privati possono sicuramente offrire un contributo importante, ma non possiamo delegare funzioni proprie dello Stato, come la programmazione delle risorse pubbliche e la selezione degli interessi collettivi prevalenti, a un gruppo ristretto di società che forniscono servizi anche ad una vasta pluralità di interessi privati. Anche perché mi sembra del tutto evidente che le informazioni sensibili di cui queste società vengono in possesso, unità alla loro capacità di influenzare le scelte politiche, può celare il rischio di un conflitto di interessi.

Inoltre, in un momento in cui anche in settori nuovi quali la sanità assistiamo ad una competizione geopolitica senza precedenti, basti pensare alla corsa ai vaccini per il Covid-19, come possiamo ritenere sicuro che una medesima azienda presti la propria opera di consulenza e acceda ad informazioni strategiche per Stati differenti, spesso in ‘concorrenza’ tra loro?

Il ministero dell’Economia e delle Finanze italiano ha comunque già chiarito che il processo decisionale di programmazione in riferimento al proprio Pnrr rimane in capo alle amministrazioni pubbliche. Adesso, attendiamo risposta della Commissione europea, che spero ci fornisca maggiori elementi anche sull’eventuale ruolo di queste società presso la stessa Commissione. Sono consapevole che le sfide economiche e sociali, lascito di una crisi sanitaria senza precedenti, implichino misure altrettanto eccezionali, ma proprio per far sì che siano misure capaci di garantirci un futuro produttivo per il Paese è opportuno farle nel massimo della trasparenza e democraticità, nell’esclusivo interesse dei cittadini.