Società

Giorgia Meloni, la solidarietà è il segno distintivo del femminismo

C’è chi ha detto che gli insulti tipici della mentalità misogina (diffusissima e radicata in ogni ambiente) rivolti dal docente toscano alla segretaria di Fratelli D’Italia Giorgia Meloni sono stati un grande regalo all’esponente della destra.

Penso che, al netto delle imprescindibili scuse e dell’allontanamento del docente da un ruolo incompatibile con il suo comportamento e il suo pensiero sulle donne, l’occasione sia importante per focalizzare alcuni temi fondanti della nostra fragile democrazia: le origini, condivise trasversalmente a destra come a sinistra, della miseria simbolica di una grande parte del mondo maschile; la necessità di non arretrare nel lavoro di educazione contro il sessismo sin dall’asilo e la continuazione del dibattito sulla differenza sessuale nello spazio pubblico; la centralità e attualità di quella che, nel 1971, Kate Millet chiamava la politica del sesso.

Come ha detto recentemente la magistrata Paola Di Nicola nel ritratto fatto dalla Rai di Tina Lagostena Bassi, abbiamo a che fare con una civiltà umana che, sin dagli albori, si basa sul patto tra maschi (anche avversari), che usano le donne come merce di scambio: per la coesione tra gruppi di potere, per sancire tregue e stringere alleanze, a cominciare dalla famiglia via via verso la politica.

Nel 2007, a Parigi, a usare la parola ‘salope’, (una variante di putain, puttana, ma lievemente più forbita) fu Patrick Devedjian, segretario del partito di Nicolas Sarkozy, che si stava compiacendo con il parlamentare Michel Havard per aver battuto Anne-Marie Comparini, ex deputata dell’Udf, il partito centrista di Francois Bayrou. Il video li ritrae tronfi, gran pacche sulle spalle, quel tipico atteggiamento fisico dei maschi che indicano con un linguaggio del corpo, prima ancora che con le parole, che sono consapevoli del dominio che posseggono e che esercitano legittimamente: a scelta, e tutti insieme, Dio, la Patria e l’essere possessori di un pene li rende ciò che sono.

Una scritta recente sul muro dell’Università di Genova riportava il sintetico ‘Monti boia Fornero troia’, dove si evince che solo il maschio è degno di critica politica, mentre la femmina no. Con buona pace di chi sente di non poter, o dover, mostrarsi solidale con Giorgia Meloni, il punto non è la solidarietà – che pure, ne sono convinta, è il segno distintivo rivoluzionario del femminismo, perché rompe gli steccati patriarcali e pone le basi della sua politica prima nel riconoscimento dell’altra, anche laddove l’altra si avversaria. Il punto è che, per una enorme parte di uomini, di qualunque ceto sociale, estrazione culturale e latitudine, siamo tutte, tutte, tutte e nessuna esclusa (neanche la mamma o la sorella) assimilabili alla categoria salope, a voi la scelta della sfumatura lessicale.

Lidia Menapace raccontava spesso le sue discussioni alle infuocate assemblee femministe del Governo Vecchio con quante volevano escludere ‘le borghesi’; lei rammentava alle più riottose che, come dice Marx, l’operaio è sfruttato dal padrone, ma la moglie dell’operaio è l’ultima nella catena dell’inferno dello sfruttamento. Sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e dell’uomo sulla donna.

Dal bar alla tv passando per la palestra, i giornali o la chat per rimettere al suo posto una donna (vuoi in cucina o nella stanza da letto), a qualunque status sociale appartenga, è sufficiente fare riferimento alla sua sessualità, che come ben sappiamo per le donne è connessa con la reputazione, con l’onore (della sua famiglia o clan) e con la modestia che mostra nello spazio pubblico e privato, come bene ha ricordato Paola Cortellesi in un famoso monologo.

Chi tocca una tocca tutte, slogan coniato agli albori dal movimento degli anni ’70 e ripreso oggi dalle nuove generazioni femministe nelle tragiche occasioni in cui si fa la conta delle morti ammazzate dai compagni, è la sintesi plastica di ciò che distingue il sesso femminile da quello maschile. Le donne non sono tutte uguali, ma se le donne non sono tutte e decisamente unite nella denuncia della violenza misogina (non importa da chi è rivolta verso chi), il grande favore lo facciamo al patriarcato (di destra e di sinistra) e alle agenzie che lavorano per l’erosione dei fragili diritti di cittadinanza sessuata costruiti dalle attiviste che ci hanno precedute nei decenni del secolo scorso.