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Decreto Covid, il divieto di spostamento tra Regioni sarà prorogato per altri 30 giorni. Speranza: “Con le varianti restrizioni indispensabili”

Nel corso del vertice con i governatori, la ministra Gelmini ha comunicato che lo stop alla mobilità interregionale verrà prolungato con il nuovo decreto in agenda lunedì in Cdm. Per capire l'approccio di Draghi alla pandemia si dovrà invece aspettare la scadenza del dpcm in vigore, prevista per il 5 marzo. Intanto gli enti locali avanzano le loro proposte: i sindaci chiedono più rigore ma anche ristoranti aperti la sera, le Regioni puntano a una revisione del sistema dei colori e a un "cambio di passo" sui vaccini. Siglato l'accordo con i medici di base

Prima la proroga al divieto di spostamento tra Regioni, poi una revisione complessiva della strategia anti-Covid del governo. Con tante proposte sul tavolo: le Regioni chiedono regole più semplici per determinare le restrizioni sul territorio e puntano ad allargare la cabina di regia ai ministeri economici; i sindaci rilanciano la riapertura dei ristoranti la sera e vogliono essere coinvolti nella campagna di vaccinazione. Il primo dossier che Mario Draghi deve affrontare è inevitabilmente quello della pandemia, specie dopo l’allarme lanciato dall’Istituto superiore di sanità sulle varianti del Covid e sulla necessità di rafforzare le restrizioni prima che la mutazione britannica torni a riempire gli ospedali. Il nuovo decreto Covid in agenda nel Consiglio dei ministri di lunedì mattina è quindi solo l’antipasto di una settimana fitta di trattative. La neoministra agli Affari regionali Mariastella Gelmini intanto ha confermato che lo stop alla mobilità interregionale (anche tra zone gialle) sarà prolungato di altri trenta giorni, cioè a ridosso di Pasqua. Contestualmente sarà estesa la possibilità di fare visita ad amici e parenti una volta al giorno e massimo in due persone (con i figli minori di 14 anni e persone non autosufficienti che restano fuori dal calcolo) e lo spostamento tra piccoli Comuni.

Il provvedimento è stato discusso nella serata di domenica in un atteso vertice tra l’esecutivo e i rappresentanti degli enti locali, il primo dopo il clima di incertezza legato alla crisi politica. Nel corso della discussione però si è parlato anche di tanto altro, in vista della scadenza del dpcm (prevista per il 5 marzo) che regola, tra le altre cose, l’attuale suddivisione dell’Italia in 4 aree di rischio. È lì che si vedrà l’eventuale cambio di rotta del premier, soprattutto sul tema vaccini. Una grossa mano arriverà dai medici di base dopo che è stato firmato il nuovo protocollo con le Regioni: sono circa 35mila, secondo la Federazione nazionale della categoria, quelli pronti a partecipare alla campagna di somministrazione. Tuttavia il ministro Speranza, riferiscono fonti presenti all’incontro, ha prospettato ai governatori un quadro “abbastanza fosco” sulla situazione attuale, specificando che non si tratta di fare allarmismi. Piuttosto ha constatato che prima che i vaccini abbiano un effetto sui contagi, e mentre si diffondono le mutazioni del Covid, “le restrizioni sono indispensabili“. Il governo, ha assicurato Gelmini, si impegna quindi a “coinvolgere” gli enti locali nelle decisioni e a comunicarle con tempestività, come del resto ha già promesso l’ex capo della Bce in Parlamento.

Le richieste degli enti locali – Nel corso della riunione, fa sapere il presidente dell’Anci Antonio Decaro, i sindaci hanno avanzato quattro richieste: confermare l’attuale sistema dei parametri, che “ha evitato un nuovo lockdown generalizzato”; usare le strutture comunali come i palazzetti per la campagna di vaccinazione; procedere con i ristori; riaprire i ristoranti la sera. Una proposta, questa, che nelle settimane scorse era stata avanzata anche da alcuni governatori di centrodestra. Proprio le Regioni hanno messo a punto a loro volta un documento con delle richieste da sottoporre all’esecutivo. Ma sono molti i distinguo: l’ipotesi avanzata da Stefano Bonaccini di mettere tutta Italia in una sorta di lockdown soft per qualche settimana (con regole da zona arancione) sembra ormai tramontata, dopo che il collega della Liguria Giovanni Toti di fatto ha chiesto l’opposto (“Tutta Italia in zona gialla”). Nella bozza del documento c’è quindi una richiesta più generica: “Occorrono misure nazionali di base omogenee, come avviene nel resto del mondo, che superino l’attuale zonizzazione, salvo prevedere misure più stringenti per specifici contesti territoriali laddove i parametri rilevino significativi scostamenti”.

In caso contrario, a loro parere vanno modificati i parametri delle varie fasce di rischio, dando più peso al tasso di occupazione dei posti letto anziché all’Rt. I governatori vogliono un “ampliamento della cabina di regia” che si occupa di determinare le ordinanze anti-Covid “ai Ministri dello Sviluppo economico e dell’Economia al fine di dosare gli impatti delle decisioni sui cittadini e le imprese“. Tutto deve avvenire con “tempestività” e “congruo anticipo”. Inoltre d’ora in poi “andranno condivisi maggiormente i provvedimenti e garantire sempre i risarcimenti sia nel caso di provvedimenti restrittivi di livello nazionale che regionale”. I governatori chiedono infine di “qualificare l’attività scolastica (al pari delle altre attività) con un’apposita numerazione di rischio“. L’intero dossier, ha garantito la neoministra Mariastella Gelmini, sarà discusso in Cdm lunedì mattina. Un gesto che viene letto da Bonaccini come un “segnale positivo” da parte di Palazzo Chigi.

L’allarme varianti – A pesare nelle trattative di queste ore c’è la necessità di rispondere alla minaccia delle varianti. Da un lato perché, come ha spiegato Gianni Rezza del ministero della Salute, “c’è un’inversione di tendenza” nei contagi, dall’altro perché la mutazione inglese è “il 39% più contagiosa” del ceppo originario, rischia quindi di impattare maggiormente sugli ospedali ed è già presente nel nostro Paese in un positivo su tre. Secondo un ulteriore studio del Cnr, inoltre, nel centro Italia è diffusa “nel 40-50% dei casi” e senza nuove misure “in un mese e mezzo sostituirà il ceppo standard. Anche il ministro Roberto Speranza, a un anno esatto dal primo caso di coronavirus a Codogno, ha ricordato che “siamo ancora dentro questa sfida“, soprattutto nelle aree oggi “più colpite” dalle varianti del Covid, che sono una nuova insidia“.

Intesa con i medici di base per la campagna vaccinale – L’unico modo per affrontarla è quello dei vaccini, su cui i governatori hanno chiesto un “cambio di passo” all’esecutivo. In attesa che arrivino più dosi (solo a partire da aprile potrà partire davvero la somministrazione di massa), è stato firmato il protocollo d’intesa nazionale tra medici di famiglia, governo e Regioni che definisce la partecipazione dei medici di base alla campagna vaccinale. “La loro capillarità e il loro rapporto di fiducia con le persone sono un valore aggiunto importante che ci consentirà, quando aumenteranno le dosi a disposizione, di rendere più forte la nostra campagna di vaccinazione”, ha commentato Speranza. La stima della Fimmg (la Federazione italiana dei medici di medicina generale) è che siano 35mila i medici in tutta Italia pronti a fare le iniezioni.

Il protocollo prevede innanzitutto che “l’approvvigionamento delle dosi di vaccino per ciascun medico di medicina generale dovrà avvenire in tempi certi e in quantità tali da consentire ad ogni medico la possibilità di garantire ai propri assistiti le somministrazioni del vaccino, coerentemente alle diverse fasi della campagna vaccinale ed ai relativi target di riferimento“. Per “garantire l’aggiornamento, in tempo reale, dell’anagrafe vaccinale” verrà utilizzata la piattaforma della struttura commissariale “opportunamente integrata con quella ordinariamente utilizzata dai Medici di medicina generale che sono tenuti a registrare in tempo reale le vaccinazioni effettuate“. Poi c’è la questione logistica: nel caso in cui non si riuscisse a fare le iniezioni negli studi, magari per l’assenza di personale amministrativo o infermieristico, “è previsto l’intervento professionale dei medici di medicina generale presso i locali delle aziende sanitarie (centri vaccinali) a supporto o presso il domicilio del paziente, da regolarsi negli accordi regionali”. La struttura del Commissario straordinario Covid-19, infine, “assicura la fornitura dei vaccini e dei materiali ausiliari“, come siringhe e diluenti.