Società

Coronavirus, un anno fa qui a Lodi il nostro 11 settembre ma stavolta nelle torri c’eravamo noi

di Michela Sfondrini*

È passato un anno eppure sembra ieri. Ieri che è finita la vita di prima, in una soleggiata mattina di fine inverno. La Cina era lontana, lontanissima e quella lontananza pareva la miglior garanzia di sicurezza – quanto impreparati e illusi eravamo – così come, probabilmente, quel mattino di un anno fa, Codogno sarà sembrata lontana al resto d’Italia.

Da Lodi, invece, sono solo 25 chilometri, un tiro di schioppo, la campagna a segnare la distanza e una prossimità che è nella storia di un territorio, ‘la Bassa’, stretto tra la metropoli e il piacentino. Tutti noi ricordiamo esattamente dove e con chi eravamo quando abbiamo saputo, cosa stavamo facendo, dove ci siamo fermati increduli e incapaci di cogliere la portata di ciò che ci stava per travolgere. Come l’11 settembre, con la differenza che stavolta, senza rendercene conto, gli inquilini delle torri gemelle eravamo noi.

Ci siamo ritrovati, stretti tra il passaparola e internet, al centro della notizia ma senza bussola e senza attrezzatura. Io mi regalai due ore di assoluta inconsapevolezza perché quel venerdì, come ogni venerdì, andai in piscina, alle sette del mattino, ancora mezza addormentata. Nuotai – senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta per settimane e settimane – poi mi fermai a fumare nel parcheggio, come sempre, e solo allora riaccesi il telefono. Arrivarono, in pochi secondi, una decina di avvisi di chiamata e altrettanti sms: qualcosa non andava, era chiaro, ma cosa?

Feci il numero della prima persona che mi aveva cercato e la vita di prima finì in un attimo: “Un paziente positivo al Covid a Codogno”. Non fu necessario fare domande: quello che si sapeva mi venne snocciolato in tutta fretta. Finii la sigaretta, ne accesi un’altra, salii in macchina e mi diressi verso la libreria. Sempre attaccata al telefono. Il sole era sempre lì, nel centro di Lodi i soliti capannelli, il solito “via vai” mattutino, apparentemente nulla di diverso. Poi fu un susseguirsi di allarmi, annunci, notizie e mezze notizie fino alle certezze del pomeriggio: a Lodi, il giorno dopo, le scuole sarebbero rimaste aperte ma a Codogno e in altri comuni limitrofi – il paziente uno era residente a Codogno, frequentava assiduamente Castiglione d’Adda, lavorava a Casalpusterlengo – fu istituita la “zona rossa”.

Fino ad allora l’unica zona rossa che avevo conosciuto era stata quella del G8 di Genova, quasi una vita fa, in cui si voleva entrare, non potendo; da questa, invece, non si sarebbe potuto uscire: incredibile. Incredibile ma vero, e noi ci sentivamo fortunati e paradossalmente non troppo in pericolo perché solo lambiti dai confini che segnavano i limiti dell’isolamento e della reclusione.

Alle sette di sera di quel 21 febbraio era prevista, in libreria, la presentazione del libro di poesie di un giovanissimo autore locale, a seguire aperitivo. Io e la mia socia passammo l’intero pomeriggio pensando a cosa fare, oscillando tra sicurezza e dubbi, combattute tra il desiderio di preservare la normalità e la tentazione di prendere atto di qualcosa di cui non comprendevamo, nessuno comprendeva, la portata. Alla fine decidemmo che l’incontro ci sarebbe stato e che la libreria sarebbe stata, come sempre, luogo di incontro, “rifugio, riparo e giustificazione”, come ha scritto Alice Munro.

Se la nostra comunità, quasi alla fine di una giornata che era stata un tour sulle montagne russe, avesse voluto farci compagnia lì ci avrebbe trovate. Distanziamento, presidi di protezione, sanificazione, coprifuoco erano, allora, solo parole vuote di ogni eco tangibile nelle nostre vite mentre noi eravamo inconsapevolmente sul crinale tra un prima che stava esaurendosi e un dopo che non saremmo state in grado di immaginare. Il libro venne presentato, alla presenza di decine di persone che, forse, quel giorno avevano soprattutto bisogno di ritrovarsi, vedersi, leggere negli occhi altrui la propria stessa paura e la propria stessa incredulità.

Ci stringemmo, metaforicamente, parlammo, misurammo con rara intensità il valore e la bellezza dell’essere insieme a condividere uno spazio e quel senso di prossimità che fa sentire meno soli. Fu un’altra ultima volta, anche quella, ma rimase, nel ricordo di tutti come un sollievo e palliativo: insieme ci si sente meno fragili.

Straniante e diabolico che ora, a distanza di un anno, siamo tutti convinti del contrario: essere prossimi e stare insieme ci espone a una fragilità che è rischio da evitare e pericolo da scongiurare. Invece quel 21 febbraio – sembra ieri ma è già passato un anno – eravamo ancora tutti aggrappati al solo mondo che conoscevamo, fatto di incontri che confortano, di relazioni che arricchiscono, di luoghi che sono di tutti e per tutti, di vicinanza che è scambio, confronto e consolazione.

Sono stata contenta allora e lo sono ora, ripensandoci, di quella decisione e di quel tardo pomeriggio vissuto con tanti altri prima che le sorti di ognuno prendessero strade diverse, prima che ci separassimo davvero, prima che il dolore bruciante facesse irruzione nella vita di qualcuno, le difficoltà nella vita di molti, la paura nella vita di tutti. Il 21 febbraio è stato, senza saperlo, un commiato e, insieme, una partenza per un altrove ancora tutto da inventare. A Lodi lo abbiamo misurato prima di altri, questione di giorni, di settimane, di mesi, questione di vita.

*Libraia di Lodi