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Vaccini, il documento tedesco: l’America First sulle forniture penalizza l’Ue. Berlino vuole avviare colloqui con l’amministrazione Biden

Un documento pubblicato dal ministero della Salute tedesco spiega come mai gli Usa siano stati in grado di assicurarsi forniture aggiuntive e l'Europa no: si parla di un ordine esecutivo firmato da Trump che esige dagli stabilimenti americani la priorità alle fiale per gli Stati Uniti. Per questo motivo, scrive Berlino, le sedi europee di Pfizer e Moderna sono costrette a rifornire non solo l'Ue ma tutto il resto del mondo

Pfizer e Moderna sono due aziende americane e gli Stati Uniti esigono che gli stabilimenti di produzione dei vaccini anti-Covid che si trovano nel Paese diano la priorità alle forniture per gli Usa. Questo significa che gli stabilimenti europei delle due società, oltre che rifornire l’Europa, devono anche occuparsi delle forniture per il resto del mondo. È l’America First applicato ai vaccini, che però sta penalizzando l’Ue: questo spiega il ministero della Sanità tedesco in un documento pubblicato in risposta a un’interrogazione della Spd. La Germania, si legge ancora nel testo, è “desiderosa di avviare colloqui con la nuova amministrazione statunitense per raggiungere degli adattamenti“. In altre parole, il governo di Angela Merkel vuole provare a concordare con il nuovo presidente, Joe Biden, dei cambiamenti alla politica Usa sulla distribuzione delle dosi, in modo che contribuiscano alle forniture per tutto il mondo.

Il documento redatto dal ministero di Jens Spahn è lungo 30 pagine e risponde a una serie di questioni poste dai parlamentari socialdemocratici tedeschi riguardo alla campagna di vaccinazione in Germania. Alla domanda numero 3 si legge: “Come mai le dosi aggiuntive vengono consegnate più velocemente negli Stati Uniti che in Ue?”. La risposta del ministero della Sanità tedesco cita un ordine esecutivo del presidente Usa Donald Trump, secondo il quale le strutture produttive di vaccino presenti negli Stati Uniti sono “inizialmente tenute a rendere disponibili i vaccini per le forniture destinate agli Usa“. Effettivamente, in un comunicato stampa dello scorso 8 dicembre la Casa Bianca annunciava la firma di Trump su un ordine esecutivo “per garantire che il popolo americano sia in prima linea a beneficiare dei vaccini Covid-19″. Un accordo tra l’amministrazione Usa e il settore privato: sia Pfizer che Moderna, infatti, sono due aziende statunitensi.

Il ministero della Sanità tedesco evidenzia quali siano le conseguenze di questo provvedimento: “Significa che gli impianti di produzione europei di Pfizer-BioNTech e Moderna, tra gli altri, garantiscono l’approvvigionamento per il resto del mondo oltre che per l’Europa”. In pratica, mentre gli stabilimenti statunitensi si occupano solo degli Usa, quelli europei si devono occupare dell’Ue ma anche degli altri Paesi. Da qui la volontà da parte del governo tedesco di “avviare colloqui con la nuova amministrazione Usa” per ottenere delle modifiche a questa politica. Ad evidenziare l’importanza di questa spiegazione fornita da Berlino è stato per primo il quotidiano americano Politico, che però non specifica se ci sia un nesso tra questo ordine esecutivo firmato da Trump l’8 dicembre scorso e i ritardi di Pfizer nelle consegne dei vaccini ai Paesi Ue.

Inizialmente, l’azienda statunitense ha giustificato il taglio alla distribuzione con l’esigenza di migliorare le capacità di produzione in Europa. Poi però ha dichiarato al Financial Times che i suoi accordi con l’Ue si basano sulla consegna di dosi, non di fiale. Un chiaro riferimento a quanto successo l’8 gennaio scorso, quando l’Agenzia europea del farmaco ha autorizzato l’utilizzo di 6 dosi di vaccino per ogni flaconcino di Pfizer, invece delle 5 originariamente previste. In pratica, Pfizer “regalava” una dose per ogni fiala. In questo modo, l’Italia si è ritrovata con 562.770 dosi a settimana, al posto delle 470mila inizialmente previste. La buona notizia però è durata appena 7 giorni, perché poi l’azienda statunitense ha annunciato il “calo delle consegne”.

Il contratto con Pfizer-Biontech è stato firmato a livello europeo per tutti gli Stati membri dalla Commissione e i suoi contenuti sono secretati. E’ certo che inizialmente era previsto l’acquisto di 200 milioni di dosi da parte dell’Ue, ma già il 29 dicembre la presidente Ursula Von der Leyen aveva annunciato l’acquisto di altre 100 milioni di dosi aggiuntive. L’8 gennaio, poi, Bruxelles ha offerto agli Stati membri dell’Ue la possibilità di acquistare fino ad altre 300 milioni di dosi extra. Contestualmente, però, Pfizer non è riuscita ad aumentare la produzione di vaccini. L’unico “aumento” è stato un effetto dell’utilizzo della sesta dose: anche questo però è stato vanificato dagli improvvisi ritardi nelle consegne.

Dal canto suo, Pfizer ha fatto sapere che il parziale stop andrà avanti fino a fine mese, giusto il tempo di aumentare la produzione. Versione che l’Agenzia europea del farmaco martedì ha confermato, sostenendo che alla base dei disguidi c’è la difficoltà di Pfizer di “fare scorte di materie prime” a fronte della quantità di ordini ricevuti dagli Stati di tutto il mondo. Un concetto che coincide con quanto sottolineato dal ministero della Sanità tedesco nel documento, pubblicato lo stesso martedì 19 gennaio.

Per quanto riguarda l’Italia, il commissario Domenico Arcuri ha annunciato un taglio di 165mila dosi da parte di Pfizer per questa settimana e una ulteriore riduzione per la prossima. E il governo ha attivato l’Avvocatura dello Stato per possibili azioni legali contro l’azienda farmaceutica. Il problema dei ritardi riguarda però tutti gli Stati europei, tanto che proprio in Germania il Land più popoloso, il Nordreno-Westfalia, ha dovuto interrompere almeno fino al 31 gennaio la somministrazione delle prime dosi, in modo da assicurarsi un numero di fiale sufficienti per effettuare i richiami. Per i tedeschi la beffa è ulteriore, visto che Pfizer produce il vaccino insieme a BioNTech, che ha la sua sede a Magonza, in Germania. Il principale stabilimento europeo di Pfizer invece è a Puurs, in Belgio: da lì, però, partono le scorte per tutto il mondo. E quelle per l’Europa sono in ritardo.