Mondo

Irlanda, 9mila bambini morti nelle case per ragazze madri: il ‘mea culpa’ di Dublino su 76 anni di maltrattamenti

Il rapporto è frutto di 5 anni di indagini di una commissione indipendente sugli abusi nelle "mother and baby homes" sparse in tutto il Paese e gestite soprattutto da suore. Sarà presentato in Parlamento e accompagnato da un atto ufficiale di scuse da parte dello Stato, che sovvenzionò a lungo quegli istituti

Il bisogno di chiedere e ottenere giustizia, nonché di fare luce sulla verità, era esploso nel 2017, quando a Tuam, nella contea di Galway, era stata scoperta una fossa comune nei pressi di quella che, decenni prima, era una casa per ragazze madri. Soffocati dalla terra, sono stati rinvenuti i resti di circa 800 bambini, transitati da una delle mother and baby home sparse in tutta Irlanda e gestite soprattutto da suore. Lì venivano ospitate le donne che avevano avuto figli al di fuori del matrimonio, i loro bambini e anche molti orfani, con lo scopo di tenerli lontani dalla società.

E ora l’intreccio di abusi e violenze subite in queste strutture dal 1922 al 1998 – anno in cui venne chiusa l’ultima – viene alla luce in un rapporto di 3mila pagine che è la dichiarazione d’accusa finale sui maltrattamenti storici compiuti in un Paese che vuole fare ‘mea culpa’ per un passato tornato di recente alla luce, in tutto il suo orrore. Che ha portato alla morte – si calcola – di 9000 bambini o neonati perché sottoposti a terribili condizioni di vita. Un dossier che è il frutto delle ultime investigazioni affidate a una commissione indipendente: 5 anni di ricerche fra racconti e testimonianze da cui sono emerse esperienze ai limiti dell’orrore. Il 13 gennaio sarà presentato al Parlamento di Dublino dal premier Michéal Martin, accompagnato da un atto ufficiale di scuse da parte dello Stato, che quegli istituti sovvenzionò a lungo.

Chi viveva nelle mother and baby homes soffriva di malnutrizione, malattie e miseria, con altissimi livelli di mortalità. Molti dei piccoli non riuscivano a sopravvivere a quegli stenti e una volta morti i loro corpi venivano disposti in modo piuttosto sbrigativo all’interno di fosse comuni, tra l’altro senza alcuna indicazione delle loro identità. Ma le colpe di questo sistema, che ha funzionato per oltre 70 anni, non ricadono solo su preti e suore bensì sull’intera società irlandese che in passato rifiutava i bambini nati al di fuori del matrimonio.

“Era una società rigida e ottusa”, ha raccontato Anne Harris, 70 anni, che ha fatto nascere suo figlio in uno di questi istituti della contea di Cork, nel 1970. Vicende analoghe, nel frattempo, sono venute alla luce anche in altri Paesi, incluso il Regno Unito (in Scozia in particolare), dalle ceneri di vecchi istituti od orfanotrofi tradizionali gestiti negli anni da istituzioni religiose (cattoliche o di altre chiese), ma pure laiche. E anche il cinema si è occupato di questa pagina oscura. Come il film Philomena, la storia vera di una donna che per cinquant’anni cerca quel figlio che da giovane ragazza madre aveva dovuto dare forzatamente in adozione a una coppia americana, seguendo la volontà delle suore di un istituto religioso irlandese in cui aveva partorito. Ma la realtà emersa nel rapporto appare ben più tragica di ogni ricostruzione cinematografica.