Politica

Dal consiglio regionale in Lombardia al reparto Covid di Crotone: ecco cos’ho capito sulla sanità

2020 addio. Crotone grazie ed arrivederci. Smonto la mia ultima notte al reparto Covid del San Giovanni di Dio. Resta solo da spogliarmi, senza infettarmi: igienizzamani-vialavisiera-igienizzamani-viagliocchiali-igienizzamani-viailprimocamice-igienizzamani-viaiprimiguanti-igienizzamani-vialacuffia- igienizzamani-vialamascherina-igienizzamani-viaisecondiguanti.
Sono gli ordini della giovane igienista calabrese che guida e controlla le mosse in uscita dalla zona rossa. Resta la disinfezione degli zoccoli e per entrare in zona gialla dove lavo mani, avambracci, collo e faccia, tolgo sopra e sotto del tutino, metto la mascherina, mi vesto. Poi in bagno, a bere e fare le consegne dei pazienti ai colleghi.

Arrivederci: alla 95enne di Cutro, che ha iniziato a respirare senza ossigeno e che ora mangia da sola pane e cicoria seduta sulla sedia. Arrivederci al ragazzo del Gambia, ancora positivo, da tempo dimissibile, ma nella casa in cui vive non può stare isolato. Ciao a tutti; fuori c’è un sole calduccio, torno in albergo camminando: Piazza Pitagora poi su verso il castello. Entro in chiesa, la messa del mattino. Prima lettura, lettera di Giovanni: “l’Anticristo è in mezzo a noi”. Esco, pensando al prete del Cosentino che pochi giorni fa ha fatto bere dallo stesso calice i suoi fedeli: attualmente uno dei focolai Covid più grandi della Calabria. Passo il Museo Archeologico e scendo al porto: pescherie, poster dell’assessorato al turismo che celebrano il più grande atleta del mondo ellenico: Milone di Crotone.

La statua di Rino Gaetano: da lì in poi inizia la spiaggia ed il cielo è più blu. Fino a Casa Rossa la passeggiata è lunga: cosa ho imparato? Sono quasi 3 anni che da consigliere regionale della Lombardia studio i sistemi sanitari regionali. Ogni giorno. È il mio lavoro. Per un mese ho vissuto da dentro quello calabrese in un reparto Covid. In Lombardia, per 10 milioni di abitanti, i consiglieri regionali votano ogni anno per 25 miliardi di euro, 20 dei quali sono spesa sanitaria.

Mi colpiscono le similitudini tra le due regioni: ondate di consiglieri regionali senza competenze sanitarie, votati in elezioni in cui mai si è parlato di salute, hanno fatto credere ai cittadini che la migliore soluzione sia avere un ospedale sotto casa. Non c’è una visione e un progetto che ponga come priorità la salute delle persone, ma i troppi ospedali in Lombardia e in Calabria sono luoghi dove si trovano pacchetti di voti e su cui ruota lo sviluppo economico di un territorio.

Troppi ospedali implica che il personale sanitario sia polverizzato in troppi reparti di piccole dimensioni, poco allenati, dove si lavora male. In questo deserto di cultura sanitaria, le regioni accreditano al privato, sostanzialmente ciò che il privato chiede e non ciò di cui le regioni hanno bisogno per rispondere alle necessità sanitarie dei cittadini. Anche qui pacchetti di voti. A Varese ci sono tre pronto soccorso in 9 km quadrati, tutti piccoli e dove si lavora male. In Calabria ci sono 18 ospedali pubblici chiusi (e la soluzione non è certo aprirli tutti).

In Lombardia ci sono 24 reparti di cardiochirurgia; l’ospedale di Crotone ha capacità per 800 letti, ma attivi sono meno di 250. Dal mio punto di osservazione medico-politico, che quotidianamente intercetta il metodo di lavoro dell’assessore alla Sanità e della commissione sanità lombarda, il minimo comune denominatore calabro-lombardo è la necessità di un urgente ripristino della legalità, dovuta alla mancanza di pianificazione e di visione di lungo periodo.

Sono da abolire le decisioni sanitarie in deroga, frutto di delibere annuali che non hanno passaggi democratici e inclusivi e definiscono come si spende il budget sanitario. Che la firma sia di un assessore o di un commissario poco cambia. La legge italiana impone che Parlamento e Regioni producano ogni 5 anni dei piani sociosanitari con una visione prospettica. Quello nazionale sostanzialmente deve dire quanti soldi complessivamente vadano messi su tre macro voci: ospedale, territorio e prevenzione.

L’ultimo Piano nazionale è scaduto nel 2008; i piani sociosanitari regionali, sulla base della valutazione epidemiologica territoriale, devono definire il quadro previsionale dei bisogni della popolazione e disegnare la sanità che serve nei futuri 5 anni. Questi piani devono avere come priorità solo i bisogni di salute dei cittadini. Ad esempio, sul totale della popolazione, considerati età e stili di vita, posso prevedere quanti infarti ci saranno in un anno.

Già sappiamo, per lavorare a standard elevati, il numero minimo di letti che deve avere un reparto e quanto personale sanitario serve per far lavorare bene quel reparto. Così si decide ogni 5 anni l’accreditamento dei posti letto, definendo una rete dei reparti e la loro gerarchia (non esistono ospedali hub e spoke, ma solo reparti hub and spoke). Così per ogni tipo di patologia.

L’ultimo piano sanitario in Lombardia è stato approvato nella IX legislatura ed è relativo agli anni 2010 con scadenza 2014. In Calabria si vota per la Regione tra poco.

Questo Covid ha fatto per la prima volta ben capire a tutti i cittadini italiani che le elezioni regionali dovrebbero essere chiamate elezioni sanitarie. Le coalizioni che si candideranno alla regione potrebbero presentare prima e per iscritto quale piano sanitario quinquennale ambiscano realizzare, offrendo ai cittadini la possibilità di conoscere per deliberare. Il commissariamento non può essere un alibi per un consigliere regionale a non occuparsi a tempo pieno di sanità regionale.

Programmazione, trasparenza e competenza rappresentano un grande argine ad ogni tipo di infiltrazione e di speculazione economica sulla salute dei cittadini, da Milano a Crotone.