Televisione

Cesare Bocci a FQMagazine: “Io “l’Alberto Angela” di Mediaset? Complimento enorme. Il cuore mi dice che Montalbano è un capitolo chiuso”

Un'intervista emozionate, inedita e a tratti commoventi: dai nuovi progetti su Canale5 al ricordo di Camilleri passando per l'amata moglie Daniela e il presidente Mattarella

ÈQuando Cesare Bocci annunciò in famiglia di voler lasciare il mestiere di geologo, il padre gli rispose con fulminante concretezza marchigiana: «E mo’ come magni?». Dopo quarant’anni – e decine di serie televisive e centinaia di repliche a teatro – si può tranquillamente dire che quella scelta non fu un azzardo. Oggi Bocci è tra gli attori più corteggiati dalla tv, e non solo, è un volto riconosciuto e credibile, capace di passare dai musical agli spettacoli impegnati, dall’iconico Montalbano alla commedia leggera. Come Fratelli Caputo, la nuova fiction di Canale 5 (prodotta dalla Ciao Ragazzi di Claudia Mori) al via da mercoledì 23 dicembre, in cui è protagonista in coppia con Nino Frassica, mentre dal 29 parte sempre sull’ammiraglia Mediaset il suo Viaggio nella grande bellezza, sei puntate ad alto tasso di arte e cultura.

Partiamo da Fratelli Caputo. Chi è Alberto, il suo personaggio?
Un commercialista preciso, con una vita quadrata e un suocero che lo tiene a Milano in studio mentre lui vorrebbe fare politica. Appena può, scappa in Sicilia nel paese originario del padre dove incontra Nino, il fratello: quest’ultimo è guitto, un musicante e più opposti di così non potrebbero essere. Proprio dalla loro diversità scatta il classico meccanismo della commedia all’italiana, tra equivoci, «ricattucci» ed epifanie che portano i personaggi verso un cambiamento inatteso.

Nella loro diversità, c’è qualcosa che li accomuna?
Alberto è nato a Milano, Nino in Sicilia: quando si ritrovano a convivere, partono diatribe e inevitabili scintille. Di base però c’è un tratto comune: scontano il non aver avuto l’affetto che il padre avrebbe potuto dargli. Lo scontro ha una radice profonda: pensano che il padre abbia amato più bene a uno che all’altro ma quando capiscono che in realtà era uno stronzo, ascoltano ciò che il cuore gli dice e finiscono per volersi bene.

È la sua prima volta in coppia con Nino Frassica. Come ci si è trovato?
Lavorare con Nino, un professionista serissimo, è stato un grande divertimento: la sua comicità assurda mi ha stimolato e costretto all’improvvisazione. Da tempo non avevo stimoli così potenti. La sua è una follia straordinaria.

Frassica incarna l’imprevedibilità, lei invece?
Sono del segno della vergine dunque quadrato, razionale, preciso. Ma so essere anche un saltimbanco, specie quando la vena artistoide prende il sopravvento. Anche se penso che il mio lavoro – lavoro e non mestiere, come dicono quelli che s’atteggiano a intellettuali – vada fatto con il massimo della serietà: ci pagano per essere bravi e preparati. Il talento lo devi avere di base, perché senza quello ti schianti alla prima curva.

Delle sue radici marchigiane, che caratteristiche prevalgono?
Il rispetto per il lavoro e per chi te lo dà. Anche troppo, forse. La cultura del lavoro, l’idea che sia qualcosa che ti nobilita, sono cose che ho respirato sin da piccolo. Ho imparato a lavorare con le mani grazie a mio padre, che aveva un terreno, poi da ragazzino ho fatto di tutto, dal cameriere all’operaio in una ditta dove inserivamo le reti ai gabbioni per i conigli. Poi, quando lasciai il lavoro da geologo per fare l’attore, feci altri mille lavoretti per mantenermi. Non sono mai stato a casa ad aspettare la chiamata.

Quando annunciò in famiglia che avrebbe mollato tutto per la recitazione, come la presero?
(ride). Papà mi disse: «E mo’ come magni?». Era ironico, ma sapeva che me la sarei cavata: non si è mai dispiaciuto, anche se non mi ha mai esplicitamente approvato. Sa, in un piccolo paese di provincia, all’epoca il mondo dello spettacolo era visto come un mondo di drogati, mignotte e raccomandati.

Mamma invece come reagì?
Mamma era quella che metteva da parte i ritagli di giornale e me li mostrava quando tornavo a casa. Era molto orgogliosa di me.

Suo padre se l’è goduto il suo successo?
No, perché è morto giovane. Per sei anni non venne mai a vedermi a teatro. Poi con la Compagnia della Rancia – di cui sono tra i fondatori – mettemmo in scena La piccola bottega degli orrori e lo convinsi a venire alla prima. Gli presi il palco centrale e quando finì lo spettacolo lo cercai con lo sguardo per interrogarlo e vidi che sorrideva. Lui mi fece un segno con il dito, come per dire «ne parliamo dopo». Quando rientrai a casa, a notte fonda, lo trovai a fare le parole crociate, mi guardò e mi disse: «Sei bravo ma…». E iniziò a elencarmi tutti i miei difetti. Era il suo modo per dirmi che gli ero piaciuto.

Oggi cosa le direbbe?
Sarebbe contento per ciò che abbiamo costruito Daniela ed io. E di vedere che suo figlio che non si è perso in quel mondo che per lui era incomprensibile.

Tornando ai Fratelli Caputo, Alberto realizza la sua passione per la politica, si candida a sindaco e vince. A lei piacerebbe fare politica?
Quella locale l’ho già fatta: quando ero giovane, sono stato assessore e vice sindaco di Camporotondo di Fiastrone, il mio paese. All’epoca ero uno studente di geologia e mi ritrovai a guidare l’amministrazione perché il sindaco morì all’improvviso. Sono stati cinque anni straordinari e bellissimi.

Scenderebbe di nuovo in campo?
Il cuore, il dovere e la passione civile mi direbbero di sì, ma razionalmente non lo farei più. Sembro gentile e accomodante ma sono poco diplomatico.

Il 29 dicembre parte Viaggio nella grande bellezza, su Canale 5: dopo il successo dello speciale sul Vaticano, nel 2019, quest’anno farà la «guida d’eccezione» in sei nuove puntate. Lei è l’Alberto Angela di Mediaset?
(ride) Lo prendo come un complimento enorme, essendo suo grande fan: Alberto è bravissimo e io non riuscirei mai ad eguagliare né lui né il maestro Piero Angela.

Si considera comunque un divulgatore?
Assolutamente sì, ma allo stesso tempo sono uno spettatore catapultato in luoghi meravigliosi, un «turista di lusso». Perché è un lusso ritrovarmi da solo a visitare la Cappella Sistina accompagnato dalla direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta. Lì mi sono emozionato.

Che cos’altro la emoziona?
Lo stupore di certe scoperte, certe storie e alcuni luoghi. Non faccio il presentatore, sono piuttosto uno spettatore da casa che partecipa e si appassiona. Se devo parlare di un quadro di Caravaggio, vado oltre la tecnica – che lasco spiegare agli esperti – e cerco di capire cosa c’è dietro quel dipinto. Magari i puristi o gli storici dell’arte storceranno il naso, ma l’obiettivo del Viaggio nella grande bellezza è parlare a quante più persone possibili. Il giorno dopo lo speciale dello scorso anno, il commesso del supermercato sotto casa mi disse: «Cesaretto, ieri sera m’hai mandato a dormire tardi». Senza saperlo, mi ha fatto un grande complimento: vuol dire che siamo arrivati a tutti.

Il momento di stupore massimo durante le registrazioni delle nuove puntate?
Girare a Venezia. Ci sono stato decine di volte ma così vuota non l’avevo mai vista. Vedere Piazza San Marco deserta, camminare per le calli da solo, notare le meduse nei canali, è stata una cosa incredibile e anche un po’ spiazzante. Non si sentiva il rumore della vita.

Lei è considerato un volto Rai, ma ha sempre più spazio Mediaset. Come la vive questa trasversalità?
Mi reputo un attore fortunato, che ha la fortuna di lavorare in produzioni importanti. Che sia Rai o Mediaset poco cambia: l’importante è fare cose belle, di lavorare a storie e progetti che facciano riflettere, ridere o sognare. In questo periodo ancora di più: vedo tanta sofferenza, attori che nemmeno riescono ad andare in pensione, artisti e maestranze fermi da mesi. Per fortuna con Unita e Registro si sono aperti dei tavoli di confronto. Serve una voce forte che porti le nostre istanze alla politica: i musicisti, gli attori e tutto il comparto dello spettacolo realizzano un prodotto necessario alla nostra società.

Qual è la domanda più ricorrente quando la fermano per strada?
Cosa c’è di Mimì Augello in Bocci. Ed io rispondo sempre allo stesso modo: zero. Se avessi anche solo un’unghia del piede di Mimì, la mia compagna Daniela mi avrebbe già accompagnato fuori casa.

Vent’anni di Commissario Montalbano, vent’anni da Mimì. Come si fa a non farsi sovrastare da un personaggio dopo tutto questo tempo?
In realtà noi attori cerchiamo tutta la vita occasioni così, ovvero poter lavorare su sceneggiature inattaccabili e perfette. È una di quelle fortune che capitano una volta sola. In Montalbano tutto si è incastrato come doveva: la perfezione degli scritti di Andrea Camilleri, la regia di Alberto Sironi che ha inventato la grammatica di Montalbano dal punto di vista visivo, compagni di lavoro straordinari.

Pensa che anche per Luca Zingaretti sia stato semplice non farsi schiacciare dal ruolo?
Luca è identificato in Montalbano, ci ha messo cuore e faccia. Per tutti sarà sempre Salvo ma è un attore così bravo che ha già saputo staccarsi dal personaggio facendo cinema e teatro di qualità, anche da regista. E sa perché? Perché è un attore di talento ed è molto credibile.

Dica la verità: Montalbano è davvero un capitolo chiuso per sempre?
Il mio cuore mi dice che si è chiusa un’epoca, per altro in maniera alta ed enorme. Montalbano in fondo è finito quando è morto Alberto Sironi: non c’è più lui, non c’è più quel gigante di Camilleri e nemmeno lo scenografo Luciano Ricceri.

Ci sarebbe però Riccardino, l’ultimo romanzo di Camilleri.
Quello segna la fine di Montalbano, che sul finale si dissolve. Ma come personaggio non mi riguarda, perché nel libro Mimì è in ferie. Per me sono stati vent’anni clamorosi, vissuti nella consapevolezza del grande privilegio di lavorare con professionisti immensi.

In uno scatto, mi dice un ricordo di Camilleri?
Non l’ho incontrato molte volte ma mi è rimasto impresso un pranzo che facemmo durante la terza o quarta stagione, dopo un episodio in cui si parlava di traffico di organi che coinvolgeva dei minori. C’era una scena molto intensa in cui Montalbano e Mimì, schifati e addolorati, parlavano della tratta di organi e dei «robot nicareddi». Andai a presentarmi da Camilleri e gli dissi: «Buongiorno sono Cesare, faccio Mimì». Lui mi rispose: «Lo so chi sei. Tu ieri sera hai fatto piangere a me e a mia moglie». I suoi complementi li porterò per sempre nel cuore.

A chi deve dire grazie se da quarant’anni surfa con successo tra teatro, tv e cinema?
A chi mi ha fatto notare che potevo trasformare la passione in lavoro. Marina Garroni, la mia prima insegnante di recitazione, un giorno mi disse: «Tu lo sai che questa deve diventare la tua professione?». Da quel momento non ho pensato ad altro e mollai tutto lo studio di geologia per fare teatro. E poi ad Alberto Sironi: «Combatterò per difendere la tua candidatura e per averti nel ruolo di Mimì». E c’è riuscito.

Lei e la sua compagna, Daniela Spada, state assieme dal ‘93 e qualche anno fa avete deciso di raccontare in un libro, Pesce d’aprile, la storia della malattia di sua moglie: una settimana dopo la nascita di vostra figlia Mia, fu colpita da un ictus post parto.
Daniela rimase in coma per venti giorni, due mesi in neurologia e poi arrivò il tempo di una lunga riabilitazione in clinica. Sa perché abbiamo deciso di raccontarlo? Per portare avanti un messaggio e se sei un personaggio pubblico, è più facile farlo.

Il messaggio qual è?
Che la vita ti riserva cose meravigliose ma anche curve pericolose e momenti terribili: tutto però va affrontato con determinazione. È vero, si cade spesso, ma bisogna rialzarsi per andare dietro l’angolo e vedere cosa c’è. I medici dicevano che Daniela non si sarebbe ripresa, io ho sempre pensato il contrario e ho avuto ragione. Quel libro, scritto a due mani, è un messaggio potente e ancora oggi riceviamo tanti messaggi di chi in quella storia di rivede: ne abbiamo fatto uno spettacolo teatrale e magari prima o poi diventerà un film.

Curiosità: come ha reagito quando il Quirinale l’ha chiamata per informarla che sarebbe stato nominato Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica?
Mi è venuto da piangere. Poi ricevere l’onorificenza da un presidente come Sergio Mattarella, uomo di grande onestà morale e intellettuale, vale doppio.

Mattarella è venuto a vederla a teatro, un anno fa all’Ambra Jovinelli, a Roma.
Lavorai con il suo consigliere Giovanni Grasso a una lettura per ricordare l’eccidio delle Fosse Ardeatine, e lo incontrai lì. Pochi anni dopo condussi la cerimonia del progetto estivo della Tenuta presidenziale di Castelporziano, che Mattarella ha aperto ai disabili e agli anziani. Quando il Presidente arrivò, andò dritto da Daniela a salutarla. Pochi mesi dopo, in occasione della giornata mondiale della disabilità, il 2 dicembre 2019, gli scrissi una lettera e lo invitai a teatro a vedere lo spettacolo tratto da Pesce d’aprile. Venne e per me è stato un grande onore averlo lì.

Da tempo lavora con l’Anffas ed è tra i testimonial di Save The Children, con cui ha fatto diverse “missioni” in Africa. Che cosa ha portato a casa di quelle esperienze?
Definisco quei viaggi con un solo aggettivo: educativi. Sono stato due volte in Mozambico e due in Uganda, una delle quali con mia figlia Mia, in veste di fotografa. Lì ho visto morire bambini, ho visto una rianimazione pediatrica con due incubatrici e venticinque neonati che ne avrebbero avuto bisogno. Sono esperienze che ti travolgono emotivamente ma solo molto formative. Save The Children per altro segue grandi progetti anche in Italia dove – in questa che noi consideriamo una società, ricca moderna e solidale – ci sono due milioni di bambini che vivono sotto la soglia di povertà. Come personaggio pubblico sono felice di metterci la faccia e di chiedere aiuto perché stiamo facendo un regalo immenso a chi ne ha davvero bisogno.