Tecnologia

Il futuro del lavoro è da remoto: la pandemia ha bruciato i tempi, ora va perfezionato

di Marta Coccoluto

New normal, la nuova normalità post Covid-19. Sembra impossibile riuscire a immaginarla adesso, nel pieno dell’emergenza sanitaria, quando insieme ai numeri della pandemia crescono insicurezza, sfiducia, precarietà. Il presente assume i contorni di una resistenza passiva, di un’attesa che è difficile trasformare in un countdown. Quanto ci vorrà? Una domanda a oggi senza risposta. Eppure non tutto è immobile, anzi.

Mai prima d’ora c’era stata un’accelerazione così forte e pervasiva dell’innovazione tecnologica e digitale come quella degli ultimi mesi: in pochissimo tempo, quel che avrebbe atteso anni per realizzarsi ed essere adottato su larga scala è diventato ‘normalità’, generando un cambiamento irreversibile.

Certo, è stata una risposta forzata ed emergenziale, dettata più dalla necessità che dalla volontà. Ha colto impreparati lavoratori, organizzazioni e imprese che avevano sì pensato al digitale come a un’opportunità, ma senza mai adottarlo per una strenua resistenza al cambiamento, unita alla paura di perdere il controllo su processi produttivi e sui propri dipendenti.

Ai manager inesperti a gestire le nuove dinamiche di lavoro da remoto, si sono aggiunte la scarsa educazione tecnologica, limitate competenze digitali, ritardi nella digitalizzazione dei processi e scelte infrastrutturali, poco lungimiranti.

Una ‘corsa’ che ha messo sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici un ulteriore peso – come quello della gestione della Dad (Didattica a Distanza) – rendendo ancora più fragile l’equilibrio già precario del barcamenarsi per conciliare lavoro e vita privata, rendendolo difficile, se non insostenibile, per migliaia di persone.

Ma è indubbio che il digitale, che ha funzionato da straordinaria leva per garantire la continuità, ha dimostrato una volta per tutte che un nuovo modo di lavorare è possibile. Ha abbattuto resistenze e pregiudizi sul lavoro da remoto – impropriamente definito smart working, un concetto più ampio che non include solo il lavoro dipendente e subordinato, ma ne rivoluziona i presupposti perché cambia i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore, svincolando quest’ultimo dalle logiche tradizionali e soprattutto da un luogo fisso, oggi identificato con un’abitazione – segnando una svolta irreversibile nell’organizzazione del lavoro.

In una manciata di mesi, i 570mila smartworker o meglio lavoratori agili del 2019 hanno più che decuplicato il loro numero arrivando all’incredibile cifra di 6,58 milioni (dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano): una crescita finora inimmaginabile.

Ma c’è di più: si stima che nel New normal 5,38 milioni di continueranno a prestare, almeno in parte, il proprio lavoro da remoto, secondo lo sviluppo già tracciato da The Future of Jobs Report 2020, il rapporto del World Economic Forum pubblicato a ottobre scorso, che in uno scenario globale travolto dalla pandemia stima che entro il 2024 il lavoro da remoto riguarderà circa il 44% della forza lavoro mondiale, innescando enormi cambiamenti economici e sociali.

Il cambiamento a cui si guarda non è solo quello lavorativo: sicuramente la dimensione professionale è stata preponderante, ma insieme al lavoro sono cambiate anche routine, abitudini e relazioni, professionali e personali. La leadership ha assunto nuovi significati intorno ai valori della condivisione, dell’inclusione, dell’apertura al contributo del singolo, chiamato a una maggiore iniziativa. Insieme alle skill digitali si sono sviluppate anche nuove competenze e la soddisfazione lavorativa ha assunto una nuova dimensione, più orientata al benessere.

A questo si sono accompagnati un nuovo senso di appartenenza, nel momento in cui la stessa sopravvivenza dell’organizzazione era appesa alla capacità di innovarsi velocemente, e anche una diversa e migliore valutazione del proprio apporto professionale alle performance complessive.

Ne è nata una nuova consapevolezza intorno al proprio valore, che sul lungo periodo può tradursi in una maggiore capacità di contrattazione, che sia più in linea con le proprie aspettative e desideri, il cui baricentro è sempre più spostato verso il benessere e la felicità del lavoratore, a beneficio della propria produttività. Del resto le aziende e le organizzazioni sono fatte di persone! Persone felici rendono l’azienda più felice e più produttiva.

Questo apre a scenari di vero smartworking, in cui al centro dei modelli organizzativi di tutte le aziende l’emergenza sanitaria cede il passo al benessere del lavoratore. Dove non contano più né l’orario né i luoghi da dove si svolge il proprio lavoro, ma solo i suoi risultati, aprendo così le porte a cambiamenti sociali, a nuovi stili di vita e di lavoro come il nomadismo digitale.

Il business sarà sempre più caratterizzato dalla fiducia e dal mettere al centro desideri e bisogni delle persone, che non sono più solo forza lavoro, secondo una definizione desueta nel momento in cui a giocare un ruolo determinante sono i valori e le competenze personali oltre a quelle professionali.

La pandemia ha bruciato i tempi di un cambiamento già iniziato ma estremamente lento e ostacolato da pregiudizi pigri e datati. Ora la sfida per il futuro che ci attende sta nel perfezionarlo, riportando l’innovazione alla sua vera e implicita missione: migliorare la vita delle persone.