Mafie

“A noi ci interessa la Regione Puglia per avere i soldi dell’agricoltura”: così il clan della mafia foggiana mirava al palazzo per avere i fondi Ue

Nella frangia della batteria Sinesi-Francavilla, oltre a riciclare il denaro proveniente dalle attività illegali, Aldo Delli Carri aveva il compito di mantenere i rapporti col mondo della politica e con i funzionari regionali che, secondo gli inquirenti, chiudevano gli occhi nei controlli per consentire al clan di ottenere milioni di euro provenienti dall’Unione Europea: "Che me ne frega...destra, sinistra... Anto', qua devi fare i fatti tuoi"

“Che me ne frega…destra, sinistra… Anto’, qua devi fare i fatti tuoi!”. Aldo Delli Carri, uno degli uomini ritenuti al vertice di una frangia della Società foggiana smantellata dall’operazione “Grande Carro” eseguita dal Ros di Bari, ha le idee chiare sulla politica. Nella batteria Sinesi-Francavilla oltre a riciclare il denaro proveniente dalle attività illegali, ha il compito di mantenere i rapporti col mondo della politica e con i funzionari della Regione Puglia che chiudevano gli occhi nei controlli per consentire al clan di ottenere milioni di euro provenienti dall’Unione Europea.

Dalle indagini dei carabinieri è emerso infatti che l’organizzazione è scesa in campo almeno due volte: nel 2014 in occasione delle elezioni per l’amministrazione comunale di Foggia e nel giugno 2015 per l’elezione del Consiglio della Regione Puglia. L’esponente politico di riferimento, stando a quando si legge nelle 1178 pagine di ordinanza, è Pino Lonigro, ex consigliere di centrosinistra non riconfermato alle ultime regionali che non è indagato. Tra Lonigro e il clan, da quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, esiste un “illecito rapporto”. Il sodalizio mafioso, scrive il gip Giuseppe De Benedictis, si attivava per “ottenere agevolazioni nell’erogazione dei finanziamenti comunitari, in materia agroalimentare, veicolati per il tramite della Regione Puglia”. E così a maggio 2014, Aldo Delli Carri raccomanda ai suoi interlocutori di votare per tale Rosario Rinaldi della lista elettorale “Lavoro e Libertà”, collegata al candidato sindaco Leonardo Di Gioia. “Don Antonio ti ricordi che domani si vota? Glielo hai detto pure a Donato e insomma in famiglia? Ti raccomando Anto’!”. Anche Rinaldi, che non figura tra gli indagati, ha un programma chiaro: “Meh, se fai tutte le presenze diciamo – spiega il candidato proprio a Delli Carri – nella normalità… il minimo sono… cinquecento euro… quattro… 500 euro al mese…si, così mi pare è una cosa del genere… ma non ce ne frega, ma noi non è il prestigio a noi sono le tangenti che ci interessano…”. Il programma però, fallisce: Rinaldi otterrà pochissime preferenze. Non è una bella figura per il gruppo, ma non è neppure una tragedia. Quello che conta, in realtà, è mantenere i rapporti con Lonigro: “A noi ci serve perché noi dipendiamo dalla Regione Puglia… noi dipendiamo da Bari – diceva Delli Carri intercettato in una Bmx X3 – Allora, questo qua sta a stretto contatto con Vendola… sta a stretto contatto… a noi ora ci serve… hai comunque la Regione Puglia che manda i soldi…poi per esempio…per esempio… no, lascia stare per il Comune… a noi del Comune c’interessa poco quanto niente! a me m’interessa la Regione Puglia… la Regione Puglia… noi c’abbiamo… arrivano i soldi… per l’agricoltura…dove stanziano un sacco di soldi…”.

E dalle attività dei militari guidati dal colonnello Alessandro Mucci, infatti, il tesoro raccolto dal clan in quegli anni supera i 13 milioni di euro. Un risultato raggiunto, secondo gli inquirenti, anche grazie alla complicità di alcuni funzionari pubblici come Cosimo Specchia, Luigi Cianci, Giovanni Bozza e Giovanni Granatiero. Avrebbero sostanzialmente aiutato il clan a incassare milioni di euro attestando falsamente una serie di regolarità procedurali. Bozza, in particolare, è accusato di aver intascato mazzette: gli investigatori hanno scoperto la consegna di contanti per almeno 30mila euro, ma anche anche bonifici, cisterne di gasolio e l’uso di una automobile Hyundai.