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Lo spettacolo dal vivo leva gli scudi contro il Dpcm di ottobre: “I teatri sono luoghi sicuri”

Assolirica: “Le istituzioni hanno di fatto dimenticato gli artisti solisti e i creativi del teatro, lasciandoli senza sostegno economico e senza nessuna tutela sui contratti persi e senza nessun contributo previdenziale per questi due anni. Per questo, il mantenimento delle attività teatrali è irrinunciabile da qualsiasi punto di vista”

“I teatri sono luoghi sicuri”. Le associazioni dello spettacolo dal vivo protestano contro la chiusura di cinema e teatri, annunciata nelle bozze del nuovo Dpcm firmato nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre. Un settore, dicono i sindacati, penalizzato nonostante sia uno dei più sicuri secondo i dati sui contagi: dalla riapertura di giugno, su 347.262 spettatori che hanno comprato un biglietto per un concerto o un spettacolo solo uno è risultato contagiato. “Un dolore la chiusura di teatri e cinema – ha scritto il ministro dei Beni Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, su Twitter – Ma oggi la priorità assoluta è tutelare la vita e la salute di tutti, con ogni misura possibile. Lavoreremo perché la chiusura sia più breve possibile e come e più dei mesi passati sosterremo le imprese e i lavoratori della cultura”.

L’Agis, l’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ha monitorato 2.782 spettacoli tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento. Nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) a inizio ottobre, le Asl territoriali hanno registrato un solo caso di contagio da coronavirus. “Una percentuale pari allo zero e assolutamente irrilevante – sostiene l’Agis – che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri”. I lavoratori dello spettacolo avevano appena ripreso fiato dopo i lunghi mesi di chiusura, e adesso si trovano a pagare il prezzo di una curva di contagi che cresce in modo esponenziale, ma non certo per la poca sicurezza delle sale, sostiene l’associazione.

“Siamo contrari allo stop per due motivi – commenta a ilfattoquotidiano.it Gianluca Floris, presidente di Assolirica – il primo è scientifico: nei cinema e nei teatri ci sono tutte le condizioni che minimizzano il rischio di contagio”. Le linee guida per la riapertura di cinema e teatri – avvenuta lo scorso 15 giugno – imponevano infatti massimo 200 spettatori in sala (mille se all’aperto), rigide distanze, temperature misurate all’ingresso e un registro in cui conservare le presenze per 14 giorni. Rispetto ad altri luoghi di socialità, come bar e ristoranti, le occasioni di emissione di droplet (le goccioline del respiro veicolo di contagio) sono nettamente inferiori: non si mangia, non si parla, si tiene la mascherina per tutto il tempo. Gli ingressi sono stati scaglionati per evitare le file al botteghino e le distanze – ben superiori a un metro – facili da rispettare, perché per tutto il film o lo spettacolo si resta seduti al proprio posto.

“In più, in momenti di crisi i luoghi di cultura devono restare aperti, come presidi di democrazia”. E le chiusure, aggiunge il presidente Floris, potrebbero dare il colpo di grazia a un settore già in crisi, e ulteriormente piegato dalla prolungata chiusura. “Le istituzioni hanno di fatto dimenticato gli artisti solisti e i creativi del teatro, lasciandoli senza sostegno economico e senza nessuna tutela sui contratti persi e senza nessun contributo previdenziale per questi due anni. Per questo, il mantenimento delle attività teatrali è irrinunciabile da qualsiasi punto di vista”. “Siamo rammaricati per come i teatri vengono considerati, ossia non un luogo di cultura ma di diletto e di svago, essendo stati equiparati alle sale bingo e non ai musei”, dice Antonio Barbagallo, segretario della Federazione autonoma lavoratori dello spettacolo di Palermo. “La cancellazione di alcuni spettacoli – continua – che potrebbe essere imminente, fa riapparire lo spettro di un riutilizzo della cassa integrazione, già ampiamente impiegata in questi mesi”.

Una chiusura che, se confermata, spazzerebbe via la stagione delle prime: il Teatro alla Scala di Milano avrebbe dovuto presentare la nuova stagione la scorsa settimana, per poi sospendere la conferenza stampa e a causa di un focolaio tra coro e orchestrali che si è sviluppato nei giorni scorsi ha sospeso la programmazione di breve. A novembre sarebbe dovuta arrivare La Bohème di Puccini – la prima rappresentazione in forma d’opera dopo i concerti di settembre e ottobre – ma ora è a tanto così dal colpo di spugna. E la prima del 7 dicembre è appesa a un filo, nonostante siano già stati venduti i diritti televisivi della Lucia di Lammermoor e sia stata già predisposta la diretta Rai. “Certo era difficile continuare con le grandi produzioni con centinaia di figuranti – spiega Floris – ma si erano trovate diverse soluzioni: meno figuranti, più distanziati, come succede già negli altri teatri europei”.