Televisione

L’Allieva 3, Giorgio Marchesi a FqMagazine: “Ho rischiato, ho detto no, ma non mi pento di niente. Lato trasgressivo? C’è, ma non lo racconto…”.

L'attore ora in prima serata su Rai 1 con la fiction sbanca ascolti insieme ad Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale si è raccontato in una lunga intervista. "Un nuovo lockdown? Si farà fatica doppia, ma dobbiamo lavorare perché non scompaia la buona abitudine di uscire di casa per andare al cinema o a teatro"

Profilo basso e determinazione granitica. Più che sul gossip facile o sulla visibilità a tutti i costi, Giorgio Marchesi ha costruito la sua carriera affidandosi all’istinto. Lo ha fatto poco più che ventenne, quando mollò l’università per tentare la strada della recitazione partendo dal teatro. Polvere del sipario e tavole del palco che scricchiolano sotto i piedi: la passione s’impasta con il talento e inizia un percorso che dura da più di vent’anni tra spettacoli impegnati e fiction pop. “Ho rischiato, ho detto dei no, ma non mi pento di niente”, racconta a Ilfattoquotidiano.it l’attore alla vigilia della quarta puntata de L’Allieva 3, la serie di Rai 1 che sbanca gli ascolti, in onda la domenica sera, di cui è protagonista con Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale.

Partiamo da L’Allieva 3. Come se lo spiega il successo della serie?
All’inizio è piaciuta perché Alice, l’allieva, era un personaggio che non si era visto in una fiction italiana: era una ragazza determinata che s’inserisce nel mondo del lavoro, un po’ alla volta cresce, s’innamora del suo superiore e tra i due nasce un amore molto pulito. Piacciono i toni leggeri, da commedia, e piace l’alchimia tra gli attori: Lino e Alessandra hanno un feeling che il pubblico percepisce.

Rispetto ad altre serie non sente il peso delle stagioni e gli ascolti sono ottimi
I temi sono cambiati, i personaggi si sono evoluti, in questa terza serie Alice diventa medico legale ed è più matura: quando un personaggio cresce con il suo interprete e contemporaneamente con il pubblico, hai fatto centro. Diventi uno di famiglia per chi ti guarda da casa.

A lei è mai capitato?
Sì, soprattutto ai tempi di Un medico in famiglia. Percepivo un affetto incredibile.

Oggi cosa le chiedono su L’Allieva?
Prima c’era la divisione tra chi tifava per il mio personaggio, il Pm Sergio Einardi, e chi invece per Conforti, interpretato da Guanciale. Ora che il mio ruolo è stato ridotto, le mie fan di quartiere me lo fanno notare: “Hai fatto solo tre scene in quella puntata, perché?”.

La risposta?
Sempre la stessa. Lo scorso anno ero impegnato con uno spettacolo teatrale, Mine Vaganti, e dunque il mio ruolo è stato ridimensionato.

La quarta stagione de L’Allieva ci sarà anche senza Alessandra Mastronardi, che ha annunciato il possibile “addio” alla serie? E lei ci sarà?
Senza dubbio la serie è molto legata ad Alessandra. E a Lino. Dipenderà molto dalle eventuali sceneggiature.

Interpretava un Pm anche in Oltre la soglia, la serie di Canale 5 con Gabriella Pession: nonostante il linguaggio di rottura e il livello qualitativo alto, fu spostata in seconda serata causa bassi ascolti
Era una serie moderna, ben scritta, a tratti disturbante perché parlava di un tema, la malattia mentale, che abbiamo paura di affrontare e spesso non comprendiamo. Ma è giusto rischiare, alzare l’asticella: Mediaset ha osato e ha fatto bene. Su una piattaforma come Netflix forse sarebbe stata un successo immediato perché il pubblico più giovane recepisce meglio anche i temi più ostici: penso che il successo de I braccialetti rossi, in cui ho recitato in una stagione, ne sia la dimostrazione plastica.

A proposito di Netflix, che ha annunciato di voler raddoppiare in due anni le produzioni in Italia investendo 200 milioni di euro: ha ricevuto qualche proposta?
Ho fatto dei provini per delle serie Netflix, così come li ho fatti per Rai e Mediaset. Vedremo come succede: come ho sempre fatto, senza troppi pensieri, cercando di capire se scatta qualcosa per il personaggio o il regista o la storia.

In passato ha lavorato in alcune co-produzioni internazionali, tra cui I Medici. È una sfida interessante?
Molto. A me piace lavorare in inglese e c’è l’orgoglio di portare anche un pezzo d’Italia all’estero. Per altro credo che quello sarà sempre di più il futuro: il mercato si è allargato per tutti e con queste co-produzioni gli italiani possono tornare a raccontare storie universali.

In queste settimane Tom Cruise ha girato Mission Impossible a Roma. Non tutti ricordano che lei partecipò al terzo capitolo del film.
Non lo ricordano perché feci una scena di trenta secondi (ride).

L’ha mai incontrato Cruise?
No, ho incrociato solo il sosia di Cruise, che serviva per distrarre i fan.

E che ricordo ha di quell’esperienza?
Era la prima volta che affrontavo il cinema hollywoodiano ed è stato scioccante: era tutto esagerato, come al luna park. In quel periodo stavo girando una fiction e dopo due mesi nemmeno il macchinista si ricordava come mi chiamassi. Su set di Mission Impossible mi chiamavano tutti Giorgio, lì anche le comparse si sentivano protagoniste.

Ma cinema hollywoodiano le piace o no?
Se arrivasse una proposta direi di sì, ovvio, ma non è un approdo onirico. È un ambiente cinico, molto più duro del nostro e non so se m’interessa frequentarlo. Invece un film francese lo farei al volo. In generale, di questo mestiere m’interessano molto gli incontri.

L’incontro che non dimenticherà mai?
Quelli con i maestri della mia formazione, che sono stati fondamentali. A l livello umano, mi ha segnato molto quello con Ennio Fantastichini: era un attore straordinario e una persona travolgente. Era come un bambino che si stupiva di tutto. Ricordo delle giornate infinite passate con lui in albergo a parlare, a discutere e a studiare i copioni perché aveva paura della memoria. Era un grande artista e soprattutto un uomo speciale. Mi manca molto.

C’è un no di cui si è pentito?
Dissi no a una serie che poi ha avuto un discreto successo – ma non dirò quale – perché il personaggio mi sembrava simile a un altro che avevo già interpretato. E quel no mi è costato in termini di rapporti: il rifiuto nel nostro ambiente viene preso come una mancanza di riconoscenza e in quella circostanza ammetto di essere stato troppo naïf.

Prima del lockdown era in scena con Mine Vaganti, la versione teatrale del film di Ferzan Özpetek cui lei partecipò dieci anni fa esatti. Lo riprenderete?
L’idea era di far ripartire lo spettacolo c’è: c’erano date già vendute, una tournée di quattro o cinque mesi già pronta ma ovviamente è tutto congelato. Marco Balsamo, il produttore, è grintosamente pronto a ripartire. Purtroppo però siamo di fronte a uno tsunami.

Il teatro vive una situazione drammatica: si è fatto tutto ciò che si poteva fare?
No. Per il teatro un protocollo non c’è e ad oggi c’è un’economia ferma. C’è un’industria in ginocchio, lavoratori senza garanzie e tutele, decine di persone che non lavorano da mesi e parliamo di tecnici e artisti senza alcun tipo di protezione: non c’è la cassa integrazione, non ci sono ammortizzatori. Il problema economico è drammatico e a questo si somma quello artistico.

Per gli spettacoli dal vivo un secondo lockdown rischia di essere la mazzata finale.
Ma non dobbiamo scomparire, sarebbe un disastro: si farà fatica doppia, ma dobbiamo lavorare perché non scompaia la buona abitudine di uscire di casa per andare al cinema o a teatro. Il pubblico ha voglia di bellezza e di evasione: l’ho visto quest’estate portando in giro la lettura scenica di Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Italo Calvino. La mia scommessa è andare verso il pubblico, divertire ed emozionare, uscendo dall’autoreferenzialità di un certo teatro.

Da bergamasco, che effetto le ha fatto vedere la sua terra martoriata durante la prima ondata di Covid?
Mi ha scioccato. Ero sbigottito, sentivo la mia famiglia e i miei amici tutti i giorni ed è stato doloroso vedere i miei conterranei piegati e distrutti: i bergamaschi sono gente del fare ed è stato durissimo per molti non poter agire, restare inermi davanti a quel dramma. Sono tornato spesso a Bergamo in questi mesi e ogni volta è stato emozionante: sono più legato che mai alle mie radici.

Voltiamo pagina. Zero gossip e profilo basso. La sua è una scelta strategica o un’inclinazione naturale?
Non sono bravo nelle strategie e questo è un limite, tanto che il dubbio di non aver spinto in certe direzioni ce l’ho spesso. Ma la mia natura è non mi va di forzarla.

Anche per questo è allergico ai social?
I social mi annoiano molto, mi piacciono solo perché mi permettono un contatto diretto con chi mi segue. Ma non sono tra quelli che devono per forza pubblicare o dire qualcosa.

Lei ha la faccia da bravo ragazzo: confessi, ce l’ha un lato trasgressivo?
(ride) Troppi ce ne sono ma non li pubblicizzo: sono del segno dei pesci, dunque sono doppio. Ma non faccio l’autogol di raccontare le mie trasgressioni o le mie imperfezioni: quelle le lascio a chi mi conosce.

Domanda cliché. Lei e la sua compagna Simonetta Solder fate entrambi gli attori: se uno dei vostri due figli vi dicesse “voglio seguire la vostra strada”, come reagirebbe?
Glie lo impediremmo (ride). Scherzi a parte, mi piacerebbe che facessero un’attività di allargamento della loro creatività, che sia musica o teatro, ma non abbiamo mai insistito. Per ora li abbiamo tenuti lontani dal nostro lavoro ma se un giorno decidessero di fare gli attori forse potrebbero capire le nostre vite incasinate e soprattutto perdonarmi per le assenze o per gli errori che ho commesso.