Cultura

‘Steve Jobs non abita più qui’ è la cosa più sexy della Silicon Valley. Altro che Baywatch

Uno immagina spiagge a perdita d’occhio, camicie hawaiane, hippies & yuppies ambosessi che non trovano posto nell’orgia. E invece no, scordatevi pure Baywatch: la Silicon Valley non è così. Intanto sta sul Pacifico, mare freddo e tempestoso, alla faccia del nome: ci sarà ben una ragione se in California si pratica il surf, invece che l’ammollo con le paperelle. Anche il clima non è granché: mattina e sera sale la nebbia dall’oceano, come in pianura padana ai bei tempi.

L’unica cosa davvero positiva è che non ci fa mai troppo caldo: se scoppia l’afa, però, scordatevi pure l’aria condizionata. Neppure il clima secco è un vantaggio: vedi alla voce incendi, come quelli tremendi di questa fine estate. Aggiungeteci i terremoti: solo quello di San Francisco, nel 1906, fece tremila morti e abbatté due terzi delle case, che spesso, anche per questa ragione, sono in legno, come in Giappone, e costano carissime. Infine, non parliamo del Big One, il terremoto più grande mai visto sulla Terra, atteso giusto per i prossimi decenni.

A questo punto, un italiano si trasferirebbe a Voghera. Un siliconiano no: anche loro stanno pensando di trasferirsi altrove, ma su Marte, con il surf e tutto, possibilmente in Tesla.

Insomma, per capire la Silicon Valley che esce dalle pagine di Michele Masnati, Steve Jobs non abita più qui (Adelphi, 2020, 253 pagine, 19 euro), uno dei libri più sexy di quest’estate stinfia, non vi resta che fare il seguente esperimento mentale (un po’ come l’Lsd, solo che nella valle, ormai, lo usano solo in dosi ridotte e per concentrarsi sul lavoro, pensate come sono messi).

L’esperimento è questo. Avete presente la val Bormida, la ridente vallata ligure che da Savona, la San Francisco ligure, risale l’Appennino sino a Millesimo, fra nativi che vi guardano storto e lupi che ululano in lontananza? Bene, ora immaginate che tutta la tecnologia che usate quotidianamente abbia le proprie sedi proprio lì: che Google stia ad Altare, Apple a Bardineto, Facebook a Cairo Montenotte, Visa, Youtube, Uber, eccetera, sui colli circostanti. Fra l’altro, mi dicono che in val Bormida, quella vera, ci stanno davvero puntando forte, sull’high tech. Ma la capitale mondiale di internet, e forse anche del XXI secolo, non sta lì, non ancora. Per ora, sta appunto nella Silicon Valley.

A farla breve, il libro è scritto benissimo, da una specie di nipotino di Alberto Arbasino meno schifiltoso. Masnati è un collaboratore del Foglio che ha vissuto in California per lunghi periodi, in una specie di Erasmus tardivo. Il libro è diviso in capitoletti brevi, spesso articoli di giornale riscritti, da centellinare – uno al giorno leva lo psicanalista di torno – dedicati a luoghi e personaggi-simbolo: dall’università di Stanford a Palm Spring, dal molestatore seriale Harvey Weinstein a Brett Easton Ellis, quello di American Psycho.

Se già state correndo a comprarlo, il libro – come sempre succede quando mi capita di raccomandarne uno – riflettete però su questo. Steve Jobs non abita più qui appartiene alla terza generazione dei libri su internet. La prima era stregata dalla novità, la seconda lo demonizzava, la terza ci insegna a conviverci, meglio ancora se con ironia. Mica come The Social dilemma, il docufilm su Netflix che fa venir voglia di gettare il cellulare nella differenziata.

Intendiamoci, poi sospetto che anche l’autore, proprio come il sottoscritto, sia in realtà un algoritmo, che intercetta gli umori del momento e dice esattamente quel che vogliamo sentirci dire. Ma almeno è tutto cinema cinema cinema, come lo zio di Paolo Conte, ed è rigorosamente vietato a chiunque sia privo di senso dell’umorismo.