Mafie

Le mani del clan Moccia sui locali di Roma: 13 arresti. “I ristoranti sono tutti loro”. Tra le vittime di usura anche il figlio di Gigi D’Alessio

Secondo le indagini dai pm Giovanni Musarò e Maria Teresa Gerace ed eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo e del Reparto operativo di Roma, attraverso Francesco Varsi, la famiglia di Afragola era riuscita a riprendersi dal Tribunale di Roma almeno 5 dei 14 ristoranti sequestrati in un primo momento “per motivi fiscali”. L'intercettazione: "Lo sai chi è Angelo? C’ha un esercito a disposizione". Contestato anche l'esercizio abusivo del credito nei confronti di tre persone, compreso il figlio del cantautore napoletano

“Lo sai chi è Angelo? C’ha un esercito a disposizione…”. E ancora: “I ristoranti di Roma sono tutti loro! Tutti! Non riconducibili!”. Locali in zone prestigiose, estorsioni con il metodo mafioso e soldi in prestito a imprenditori e personaggi noti. Fra le vittime di un presunto caso di usura anche Claudio D’Alessio (non indagato), figlio 33enne del noto cantautore Gigi. Secondo la Procura di Roma, la famiglia Moccia di Afragola da almeno una decina d’anni sta investendo pesantemente sulla Capitale. E l’operazione di questa mattina messa a segno dalla Dda di Roma ha permesso di portare alla luce alcuni degli affari a loro riconducibili. Fra carcere e domiciliari, sono finite in manette 13 persone, sui 19 indagati. I più importanti sono proprio gli appartenenti al clan camorristico: i fratelli Angelo e Luigi e i loro figli, entrambi di nome Gennaro, rispettivamente di 33 e 29 anni.

L’investimento nei ristoranti: “So’ tutti loro, questi ci ammazzano”
Secondo le indagini dai pm Giovanni Musarò e Maria Teresa Gerace ed eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo e del Reparto operativo di Roma, attraverso Francesco Varsi, i Moccia erano riusciti a riprendersi dal Tribunale di Roma almeno 5 dei 14 ristoranti sequestrati in un primo momento “per motivi fiscali”. “Panico”, “Bombolone”, “La Scuderia”, “Da Giovanni” e “Varsi Bistrot” – tutti nel centro storico della Capitale – erano poi finiti in gestione alla Cooperativa Serena di Gianluca Dominici (non presente fra gli indagati), dal quale i Moccia pretendono il pagamento “a rate” di 300.000 euro. Dominici appariva cosciente di quello che stava accadendo e in una conversazione intercettata nel 2018, dice: “Non ci possiamo permettere errori. Questi sono pericolosi”. E poi aggiungendo “…sono dei clan… (omissis)… c’hanno migliaia di persone affiliate… (omissis) … Angelo Moccia c’ha centodieci omicidi sul groppone, c’ha avuto seicento magistrati che l’hanno giudicato, Totò Riina ne ha avuti quattrocento”. E poi: “… Questi c’ammazzano se qualcosa non va bene, cioè non sto a scherzà! Ci ammazzano veramente, eh!…”, facendo anche riferimento al fatto che Angelo Moccia che quel periodo era all’estero per timore di venire colpito da misure cautelari (“…Sta a Bruxelles, perché hanno arrestato la sorella… il fratello…”.

Soldi in prestito a Claudio D’Alessio: “Non ci fanno respirare”
Attraverso i soldi della famiglia camorristica, Varsi aveva anche acquisito le quote di maggioranza del ristorante ‘Mansio’. Non solo. Perché il clan aveva anche investito in due appartamenti di via Civinini, nel cuore del quartiere Parioli, attraverso agenti immobiliari “consapevoli della natura illecita dell’operazione” e un prestanome, Eugenio Cappellaro (indagato), pensionato di 69 anni, titolare della caparra di 70mila euro versata ai venditori. Non solo. Fra i capi d’imputazione in carico ai fratelli Moccia c’è anche “l’esercizio abusiva del credito”, in particolare nei confronti di tre soggetti. Fra questi Claudio D’Alessio, figlio di Gigi D’Alessio, che agli inquirenti risulta debitore di 30.000 euro nei confronti dei capi clan, a fronte di una cifra richiesta non determinata ma sicuramente inferiore. D’Alessio risulta titolare di una società di promozione musicale, la Music Life srl. La sua posizione di debitore spunta fuori da una telefonata intercettata con un suo amico, Marco Claudio De Sanctis, all’epoca amministratore del Mantova Calcio (club in concordato preventivo) che si era rivolto direttamente ai Moccia. Entrambi si lamentano delle “continue richieste dei Moccia, che non gli davano respiro”. “Se tu non blocchi un attimo la situazione e dai il tempo di respirare e di organizzarsi, qui non si andrà mai da nessuna parte, e quindi dico… cioè, non è che uno va a rubare la mattina che all’improvviso io ti posso chiudere”.

Mafie e ristoranti. Gli inquirenti: “No camera di compensazione fra clan”
In totale, il gip Rosalba Liso ha risposto il sequestro di beni per 4 milioni di euro alla famiglia Moccia. Si tratta dell’ennesima inchiesta sul territorio capitolino che mette in luce come le mafie investano somme importanti nella ristorazione e nei locali del centro cittadino. L’ultima operazione, di poche settimane fa, hanno riguardato un altro storico clan camorristico che agisce su Roma, quello dei Senese, mentre di due anni fa sono le operazioni ‘Babylonia’ e ‘Babylonia 2’ della Guardia di Finanza in relazione ai locali acquistati con soldi riciclati da mafia siciliana e ‘ndrangheta. Secondo le valutazioni degli inquirenti, tuttavia, “ad oggi non esiste una stanza di compensazione” relativa a un’unica spartizione del territorio e delle imprese di ristorazione nella città di Roma, bensì “singole situazioni con patti e accordi siglati con la garanzia di arbitri”.