Cronaca

Coronavirus, i verbali del Cts: “Riservatezza sul piano” per gestire epidemia ed “evitare che i numeri arrivino alla stampa”

Pubblicati i documenti degli esperti. Dai tamponi "solo ai sintomatici" alla mancata zona rossa nella bergamasca. Risale poi al 7 febbraio la prima raccomandazione al governo sulla quarantena obbligatoria per bambini e ragazzi provenienti dalla Cina. L'ipotesi di chiudere le scuole in Lombardia è del 21, quando il paziente uno di Codogno viene ricoverato in ospedale. Palazzo Chigi deciderà assecondare la proposta degli scienziati due giorni dopo

L’invito alla “massima cautela” nel diffondere i contenuti del piano italiano contro l’epidemia per evitare “che i numeri arrivino alla stampa“. Un dossier che doveva rimanere riservato. C’è anche questa richiesta nei quasi 100 verbali, da oggi online sul sito della Protezione civile, del Comitato tecnico scientifico che in questi mesi ha suggerito misure e consigliato il governo su come arginare il dilagare di Sars Cov 2 che ha portato alla morte di oltre 36mila persone in Italia. Nel verbale del 24 febbraio gli scienziati chiedono anche l’invio di epidemiologi sul campo per analizzare i dati “insufficienti” che arrivano da alcune regioni. A loro parere, poi, il tampone andava fatto solo a chi aveva febbre e proveniva dalla Cina, mentre “non era giustificato in assenza di sintomi”. La chiusura delle scuole in Lombardia, invece, viene suggerita già il 21 febbraio, quando il paziente uno di Codogno si trova in ospedale, anche se già dal 7 febbraio il tema della scuola sembra prioritario. E c’è, naturalmente, poi la mancata zona rossa a Nembro e Alzano Lombardo: gli esperti propongono di istituirla il 3 marzo, ma pochi giorni dopo si fa strada l’idea di chiudere tutto il Nord Italia, “ferma restando la facoltà prevista dalla legge” del 1978 “di adottare ulteriori misure da parte delle autorità locali“.

Tutti documenti finora rimasti segreti – tranne i 5 resi noti un mese fa dopo lo scontro tra il governo e la Fondazione Einaudi – e che contengono le raccomandazioni e i consigli degli esperti all’esecutivo per gestire l’emergenza coronavirus. Il via libera alla pubblicazione è arrivato pochi giorni fa dal ministro della Salute Roberto Speranza e si prevede di caricarli tutti online purché passino 45 giorni dalla riunione oggetto di ciascun verbale. In alcuni compare pure la dicitura “informazioni riservate non classificate”, a testimonianza di quanto siano delicati i pareri forniti in questi mesi dal Cts.

Il tema della “riservatezza” – Un problema, quello dell’eventuale divulgazione di questi documenti, che gli scienziati si pongono il 24 febbraio, quando in Lombardia sono già state istituite le prime zone rosse. In quei giorni si sta lavorando al “Piano di organizzazione di risposta dell’Italia in caso di epidemia” e i membri del Comitato sottolineano la necessità di decidere “quale livello di riservatezza dedicargli”. “Vi è consenso”, si legge, “nel raccomandare la massima cautela nella diffusione del documento onde evitare che i numeri arrivino alla stampa”. Sui verbali secretati c’è stata poi una battaglia legale conclusasi con la concessione da parte del governo della pubblicazione dei primi cinque verbali, che erano allegati ai decreti con cui sono state prese le decisioni più dolorose per i cittadini, e successivamente è arrivata la decisione di rendere pubblici tutti i documenti. Nei documenti pubblicati comunque “sono state oscurate le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti privati, anche societari, e dei prodotti sanitari di questi ultimi, allo scopo di contemperare le esigenze di trasparenza con quelle di riservatezza dei terzi”. Sono stati, inoltre, omessi gli allegati e i documenti sottoposti alle valutazioni del Cts.

Le prime indicazioni sui ragazzi provenienti dalla Cina – Risale al 7 febbraio, invece, la prima raccomandazione al governo sulla quarantena obbligatoria per bambini e ragazzi provenienti dalla Cina. Nel verbale si legge che, vista “l’analisi epidemiologica dei dati” provenienti dalla Cina, “il dirigente scolastico che venga a conoscenza dell’imminente rientro a scuola di un bambino/studente proveniente dalle aree indicate, informa il dipartimento di prevenzione dell’Asl”, il quale ha il compito di mettere “in atto una sorveglianza domiciliare attiva per la valutazione della eventuale febbre e altri sintomi nei 14 giorni successivi”.

Verso la chiusura delle scuole – La chiusura delle prime scuole viene suggerita il 21 febbraio alla luce dei “casi sporadici” registrati in Lombardia. In quella sede gli scienziati consigliano al ministro Speranza di disporre la quarantena per chi ha avuto contatti stretti “con positivi negli ultimi 14 giorni”, “isolamento fiduciario” per chi torna dalla Cina, “ruolo attivo” delle Asl sul territorio e, appunto, “chiusura delle scuole”. Il provvedimento del governo arriva due giorni dopo e riguarda proprio la Lombardia. Per lo stop su tutto il territorio nazionale si deve attendere il 4 marzo. Gli esperti, interpellati sulla questione, in realtà scrivono che “non esistono attualmente dati che indirizzino inconfutabilmente sull’utilità di chiusura delle scuole indipendentemente dalla situazione epidemiologica locale. Alcuni modelli predittivi indicano che la chiusura delle scuole potrebbe garantire una limitata riduzione nella diffusione dell’infezione virale”. Palazzo Chigi sceglie comunque la linea dura. E il Cts il giorno seguente ci tiene a sottolineare il suo appoggio alla linea del governo. “Il testo elaborato nella giornata di ieri in riferimento alla sospensione delle attività didattiche”, si legge, “non è in alcun modo in disaccordo con la decisione di sospensione presa dal Consiglio dei ministri”. Nel corso della riunione Speranza striglia pure gli esperti per “lo sconcerto e il disorientamento nell’opinione pubblica” causato dalla fuga di notizie avvenuta il giorno precedente (quando la chiusura delle scuole è stata anticipata dalla stampa). “Il Ministro ha ricordato a tutti l’importanza della riservatezza nell’ambito degli atti e comunicazioni del Cts”.

Le mancate zone rosse a Nembro e Alzano – Grazie ai verbali di inizio marzo è possibile aggiungere nuovi tasselli alla vicenda delle mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo, oggetto di un durissimo scontro nei mesi scorsi tra il premier Giuseppe Conte e i vertici del Pirellone. La prima traccia risale al documento del 3 marzo, in cui si legge che “nel tardo pomeriggio sono giunti all’Iss i dati relativi ai comuni di Alzano Lombardo e Nembro, entrambi situati in provincia di Bergamo”. Al proposito “è stato sentito per via telefonica l’assessore Gallera e il dg Caiazzo della Regione Lombardia, che confermano i dati relativi all’aumento nella regione e, in particolare, nei due comuni sopra menzionati”. Qui si stima che “l’R0 è sicuramente superiore a 1, il che costituisce un indicatore di alto rischio di ulteriore diffusione del contagio”. Il Cts propone quindi di “adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa“. Come dichiarato più volte dal premier,nei giorni seguenti è lui stesso a chiedere un ulteriore approfondimento agli scienziati. Si arriva quindi al 7 marzo, quando matura l’idea di superare la vecchia definizione di zona rossa e di “definire due livelli di misure di contenimento”. Da un lato “le misure più rigorose” da applicare in quasi tutto il Nord Italia (Lombardia, Emilia Romagna, Venezia, Padova e Treviso, Alessandria e Asti ecc), dall’altro il resto del Paese.

“Mascherine solo agli operatori sanitari” – Altro punto inedito è quello delle mascherine sul lavoro. Il 13 marzo il Cts indica che “tutte le raccomandazioni scientifiche elaborate internazionalmente riportano chiaramente che non vi è evidenza per raccomandare indiscriminatamente ai lavoratori di indossare mascherine chirurgiche”. Al contrario l’uso di questi dispositivi è “stringentemente raccomandato solo per gli operatori sanitari e per quei soggetti che abbiano sintomi respiratori”. Lo strumento prioritario, in questa fase della lotta al virus, per gli scienziati è il distanziamento sociale. La politica del Cts sull’uso delle mascherine è poi andata mutando di pari passo con quella dell’Organizzazione mondiale della Sanità, fino a prevederne un uso molto più estensivo.

Allarme sui posti letto già a febbraio – Un altro tema riguarda i posti letto. Il 12 febbraio, ben prima che l’epidemia esploda in tutta Italia, il Cts sottolinea “la necessità di verificare con precisione i dati relativi alla disponibilità locale di posti letto per malattie infettive, rianimazione e altri dati relativi ad attrezzature, staff e quanto necessario ad elaborare ipotesi di scenari di evoluzione dell’ epidemia”. Nell’incontro viene analizzato il caso della Diamond Princess, e in Italia gli unici casi di Covid-19 noti sono quelli della coppia cinese ricoverata allo Spallanzani. “Sono stati presentati dal collega Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler di Trento dati relativi allo studio” sugli scenari di diffusione del virus in Italia e sull’impatto sul servizio sanitario “in caso il virus non possa essere contenuto localmente”, si legge nel verbale. Uno studio che ha fatto discutere nei giorni scorsi per la sua stima sulle vittime (tra le 35 e 60mila).

Il lockdown anche a Pasqua – Già il 30 marzo il Cts analizza le ipotesi del ministero della Salute sulla fase 2, ritenendo necessario però prorogare il lockdown per tutto il periodo pasquale. Dai verbali desecretati, infatti emergono le attività di previsione della fase 2: “Un primo periodo con la continuazione delle misure di contenimento in vigore fino al 3 aprile; un periodo successivo per la previsione di un graduale allentamento, comunque guidato dalle evidenze epidemiologiche, delle misure di contenimento per un progressivo ritorno alla normalità”. Il giorno dopo il Cts condivide di prorogare le norme almeno fino al 18 aprile, ma contemporaneamente ritiene doveroso considerare la necessità di consentire a tutti i soggetti in età evolutiva di poter svolgere attività motorie e ludiche all’aria aperta. È “trascorso troppo tempo”, è scritto nel verbale.