Politica

Strategia della tensione, il contributo del governo Tambroni in un Paese ‘sull’orlo di una guerra civile’

Estate del 1960: il governo dell’ambizioso democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dai missini, di nuovo in sella dopo soli 15 anni dalla fine della Repubblica di Salò, dichiara guerra ai movimenti di protesta che dilagano in tutta la penisola. Quei caldi giorni vengono ripercorsi dalla biografia del leader Dc, amico di Enrico Mattei per via della comune origine marchigiana – è abbastanza per riservargli un buon trattamento su Il Giorno – portata in libreria con Mondadori da due importanti storici, Mimmo Franzinelli e Alessandro Giacone, con il titolo 1960: l’Italia sull’orlo della guerra civile.

Un libro che fa riflettere oltre che sulla personalità e l’azione politica di Tambroni, ex centurione della milizia fascista, collocato, nella variegata gamma delle correnti democristiane, nell’ambigua sinistra degli amici di Giovanni Gronchi, anche sull’uso della repressione violenta e dei dossieraggi contro gli oppositori politici poi ampiamente apprezzata dal Sifar, il servizio segreto, solo qualche anno dopo per tenere a freno i governi di centro-sinistra.

La miccia degli scontri che dilagano da nord a sud del Paese è accesa il 30 giugno, quando Genova scende in piazza per respingere con orgoglio antifascista la malsana di idea delle autorità di far tenere proprio lì, dove è prefetto Lutri – già capo della Squadra politica di Torino durante il Ventennio, si era distinto per le feroce repressione degli aderenti al gruppo di Giustizia e Libertà – il sesto congresso dell’Msi con cui il segretario Michelini pretende di far accettare il suo partito, che è fuori dall’arco costituzionale, nella Repubblica democratica. Ma il giochetto non riesce né a lui né a Tambroni: la città non teme il massiccio schieramento delle forze dell’ordine che indietreggiano.

Il congresso viene annullato e il Tambroni coglie il segno del fallimento della sua formula di governo clerico-fascista ma non molla, anzi. Il protagonismo dei movimenti popolari, dopo la tranquilla attraversata degli anni ‘50, durante i quali regnano accumulazione di capitale e pace sociale – la grande bonaccia, diceva Italo Calvino – riprende fiato, le classi lavoratrici chiedono di essere ascoltate. Tambroni e i suoi alleati decidono di dargli una lezione, di fargli capire che non c’è alcuno spazio di dialogo e schierano i reparti antisommossa, vietano le manifestazioni, sparano, ammazzano i manifestanti.

La crisi del centrismo – la formula politica che connotava i governi degli anni ‘50 – la fragilità del suo tentativo di imbarcare i missini e la ripresa delle proteste popolari vengono affidate all’ordine pubblico messo nelle mani di uno stretto nucleo di poliziotti guidati dal famigerato Domenico De Nozza. In pratica Tambroni, un bacia-pile che non disdegna affatto una liaison con l’attrice del momento, Sylvia Koscina, crea una polizia parallela che indaga, interroga persone, controlla i telefoni, crea dossier, facendo fare un salto di qualità alle schedature segrete, passate dalla fase artigianale a quella industriale, ricordano i due storici.

Nella repressione dei moti dell’estate del ‘60 si distingue l’operosità del questore di Roma, Carmelo Marzano, che si era già fatto apprezzare in epoca fascista per atti di persecuzione politica, già questore di Trieste prima di De Nozza, il quale scrive le “Disposizioni per lo sciopero generale”, reperite dai due storici nell’inesauribile archivio Andreotti, che costituiranno il modello per l’impostazione del Piano Solo, il mastodontico progetto di capillare controllo e repressione degli oppositori politici, messo a punto, e per fortuna non attuato, quattro anni dopo, nel 1964, dal Generale De Lorenzo su richiesta del presidenti Segni.

Sebbene fallisce lo sciagurato governo Tambroni – il suo principale oppositore Aldo Moro lo definì “il fatto più grave e più minaccioso per le istituzioni intervenuto a quell’epoca” (dal Memoriale scritto nel carcere delle Br) – l’eredità del politico marchigiano è pesante: non solo i morti nelle manifestazioni di quell’estate, ma anche i dossier che aveva fatto preparare su tutti coloro che potevano rappresentare un pericolo per il potere e che confluiranno negli archivi segreti del Sifar e nelle disponibilità del gran Maestro Licio Gelli, dando vita al più pericoloso tentativo di destabilizzare la democrazia italiana negli anni ‘70.

La schedatura generalizzata ordinata dal Piano Solo è stata, dunque, ampiamente predisposta dagli uomini al servizio di Tambroni e chiude l’epoca dei dossieraggi come controllo poliziesco degli equilibri politici. La forza dei partiti progressisti cresce, sta per arrivare la Strategia della tensione, affidata ai gruppi neofascisti e alle bombe. Un brutale piano di violenza indiscriminata elaborato dal think tank riunito al Parco dei Principi nel maggio del 1965. Lì si tiene il famigerato convegno sulla”Guerra rivoluzionaria” tra intellettuali spiccatamente di destra – tra i relatori anche Renato Mieli, papà del più noto Paolo – e vari ufficiali di Stato Maggiore, considerato l’atto di nascita ideologico della strategia della tensione. E’ lì che si possono comprendere i successivi drammatici anni del ‘900 italiano.