Società

La scuola deve riaprire. Questa volta sono gli studenti a chiederlo

di Jakub Stanislaw Golebiewski

Quelli di fine agosto saranno sicuramente giorni molto caldi, ma non per le temperature. Siamo a meno di un mese dalla riapertura delle scuole, fissata per il 14 settembre e regna ancora l’incertezza su quali dovranno essere le misure necessarie da mettere in campo per tutelare la salute di ragazzi, bambini, docenti e collaboratori scolastici. Il governo Conte ha richiesto a diversi livelli un enorme sforzo di cooperazione ma molti temono che l’apertura possa essere a macchia di leopardo o addirittura saltare.

Incertezza e preoccupazione iniziano a farsi sentire per oltre 8 milioni di famiglie che puntano l’indice sull’obbligo di utilizzo delle mascherine in classe, sui tempi di consegna dei 2.013.656 banchi monoposto e 435.118 sedute innovative entro i primi giorni di settembre e sulle “Aule Covid”, spazi in cui verranno condotti studenti con una temperatura rilevata superiore ai 37.5° in attesa di essere portati a casa dai genitori. E’ ancora tutto sulla carta così come il piano di consolidamento dei contenuti didattici e delle competenze maturate nel corso di questo anno, andate in fumo a causa di una didattica a distanza poco efficiente e scarsamente efficace.

In tutto questo caos arrivano puntuali anche le parole rassicuranti della ministra Lucia Azzolina che invita ad un impegno di tutti nel rispetto quotidiano di poche e semplici regole che possono garantire maggiore sicurezza senza ledere la libertà di nessuno. Cara ministra, le parole non bastano più. Serve agire con estrema urgenza affinché le scuole riaprano in sicurezza e soprattutto nei tempi previsti perché il pericolo non è rappresentato solo dal Covid-19, ma dall’impatto indiretto di milioni di bambini e ragazzi a gravi conseguenze.

Non voglio creare allarmismi, ma ogni giorno la cronaca ci restituisce notizie sui danni causati ai bambini per la loro maggiore esposizione alle violenze durante e dopo il lockdown. La violenza domestica, soprattutto contro donne e bambini, è esplosa durante e dopo il confinamento in molti paesi europei tra cui Italia, Belgio, Bulgaria, Francia, Irlanda, Federazione Russa, Spagna e Regno Unito con un incremento medio del 60% di richieste di aiuto, gran parte delle quali, purtroppo, non andate a buon fine.

E’ scientificamente dimostrato che la violenza interpersonale tende ad aumentare in tutti i tipi di emergenze, come ha sottolineato Hans Kluge, direttore dell’Oms Europa. Ed è questo il punto cruciale, l’esistenza di una relazione lineare tra chiusura delle scuole in cui i bambini sfuggono dai radar del settore educativo e la reclusione prolungata in cui sono più esposti ad aggressori e abusanti in casa. A conferma di ciò è intervenuto anche l’Unicef con un’indagine secondo cui i servizi di prevenzione e risposta alla violenza sono stati seriamente interrotti durante la pandemia, lasciando i bambini a maggior rischio di violenza, sfruttamento e abusi.

Su 136 Paesi che hanno risposto all’indagine Socioeconomic Impact Survey of Covid-19 Response dell’Unicef, 104 sono quelli che hanno segnalato un’interruzione dei servizi legati alle violenze contro i bambini. Prima della pandemia, spiega in una nota il direttore generale dell’Unicef Henrietta Fore, l’esposizione dei bambini alla violenza era diffusa, ma le chiusure scolastiche e le restrizioni di movimento hanno lasciato i bambini bloccati a casa in compagnia di abusanti sempre più agitati e il conseguente impatto sui servizi di protezione e sugli assistenti sociali ha significato per loro non avere più un posto a cui rivolgersi per chiedere aiuto.

Cosa possiamo fare per mitigare e ridurre il peso di tali conseguenze? Innanzitutto serve più informazione, seria e puntuale. Vanno bandite le fake news e le manipolazioni su notizie medico-scientifiche fondamentali per decidere serenamente nell’interesse della collettività. Serve più solidarietà tra genitori, l’impatto economico continuerà ad escludere ancor più le donne dal lavoro e dai processi decisionali se i padri non condivideranno seriamente il lavoro di cura dei figli, tema spinoso che ho affrontato nel mio ultimo post.

Last but not least, servono investimenti e azioni mirate da parte del governo sull’assistenza sociale, sul sostegno alla genitorialità dando priorità ai servizi centrati sui bambini con equità di accesso e attenzione alla protezione da violenze e abusi. La ripresa delle attività scolastiche è ormai improrogabile e l’auspicato ritorno in classe in condizioni di sicurezza deve prevedere una fase di transizione con interventi psico-educativi e di supporto ai bambini e alle famiglie, necessari per sviluppare e rafforzare strategie di adattamento collettivo al disagio da una parte e coltivare solidarietà, supporto e monitoraggio dei più vulnerabili dall’altra.

Sono convinto che la promozione di tali comportamenti continuerà ad essere la difesa più efficace contro gli effetti della pandemia. Se da una parte la politica ha l’onere di ricostruire un nuovo futuro da garantire alle nuove generazioni, saremo noi, mamme e papà assieme alle istituzioni scientifiche e governative, ad essere responsabili dei diritti, delle opportunità e delle risposte che dovremo dare a chi sta pagando oggi il prezzo più alto per la pandemia, i nostri figli.