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Niger, basta coi camaleonti della politica. Vogliamo scegliere da soli i nostri colori

Proprio come lui, il camaleonte, anche la cartina del Niger appena presentata dalle autorità francesi, ha assunto un altro colore, il rosso. Rimane, a vero dire, un irrilevante circolino arancione che circonda la capitale del Paese, Niamey. Si tratta di un colore, il rosso, generalizzato al territorio nazionale, che l’ha reso formalmente sconsigliato per i cittadini francesi. Quanto all’arancione, di cui Niamey si ammanta secondo le stesse autorità, implica lo stesso invito ‘salvo forza maggiore’. Tradotto in termini operativi questo significa che gli occidentali, principali bersagli presunti degli attacchi terroristi, non possono uscire dalla capitale senza scorta armata.

I colori dei Paesi del Sahel cambiano e si adattano secondo quanto le potenze coloniali decidono, unilateralmente, a seconda dell’impatto sui propri cittadini. Sono in questo assai simili all’animale citato, il camaleonte, il cui cambio di colore è dovuto ad un meccanismo di comunicazione sociale. I colori scuri indicherebbero collera e aggressività e quelli più chiari sarebbero invece in funzione della seduzione delle femmine. Si tratta dunque di un sistema di comunicazione che potremmo definire ‘politico’. Il cambiamento di colore permette di creare le condizioni della socialità o, tramite espliciti avvertimenti, di renderle problematiche o impossibili, intimorendo l’avversario. Non si esclude che la colorazione sia pure un sistema di adattamento all’ambiente, e dunque una strategia difensiva.

L’analogia potrebbe essere condotta ancora più lontano fino a insinuare che, quella del camaleonte, è una forma adattabile delle potenze neocoloniali dell’Occidente, alle circostanze mutevoli della realtà sul terreno. Risulta infatti oltremodo difficile intendere, per i comuni cittadini di questa porzione dell’Africa Occidentale chiamata Sahel, quanto sta loro accadendo da anni. Migliaia di soldati e tecnici, sistemi di controllo con droni, sofisticate strategie di intervento, implicazioni delle più imponenti potenze militari del momento e constatare che le cose peggiorino. Più militari e armi implicano nel contempo più banditi, terroristi, insorti e comuni contrabbandieri di armi, cocaina, migranti e mercenari. Anche perché, di fatto, a sparire, morire e scappare sono soprattutto loro, i comuni cittadini del Sahel, in maggioranza contadini e allevatori.

I colori cambiano a seconda delle circostanze e degli interessi dell’Occidente e ciò che non cambia, invece, è la politica che sul posto e dall’esteriore, che fa di tutto perché accada ciò a cui stiamo assistendo. La dimenticanza dei poveri, la dipendenza da modelli di sviluppo funzionali agli interessi di pochi e soprattutto uno stile di governo di ‘predazione’ delle risorse, sono altrettante cospirazioni che rendono possibile quanto accade nel Sahel. Dovremmo avere il diritto, fossimo in un Paese normale, di decidere il tipo di colore da dare al nostro territorio e soprattutto al nostro popolo. Basta coi camaleonti della politica.

Le migliaia di migranti e rifugiati morti, oltre 40mila dal 1990, non hanno fatto cambiare di colore né al mare né al deserto, eppure sono in questi luoghi che si stanno perpetrando crimini e furti di futuro ai giovani. Che dire poi dei campi di detenzione, tortura e eliminazione silenziosa di migliaia di persone in Libia il cui ‘crimine’ è quello di cercare di salvarsi dalla cancellazione della loro storia. Oppure delle decine di migliaia di migranti e rifugiati derubati e poi espulsi (e in molti casi violentati) dall’Algeria. Non cambiano il colore dell’Europa che invece è diventato, strada facendo, il continente ‘impossibile’ per chi avrebbe l’ardire di raggiungerlo.

Migreurop, osservatorio delle frontiere, nei suoi rapporti parla di Arcipelago composto da centinaia di centri di detenzione ‘amministrativa’ sparsi in Europa. L’ong ricorda che la detenzione dei migranti ‘irregolari’ non è solo un problema umanitario ma anzitutto politico. Si riferisce infatti a valori, scelte, orientamenti e strategie di esclusione e di controllo di coloro che sono stati designati e poi classificati come ‘indesiderabili’ perché vulnerabili.

Rivendichiamo il diritto di dipingere di rosso l’Europa, le coste, i porti di approdo e soprattutto le politiche di sfruttamento globale che si continuano a perpetrare sulla povera gente. Esigiamo di decidere il tipo di colore che vorremmo attribuire al nostro Paese e mettere al bando i ‘camaleonti’ della politica. Unico colore ammesso sarebbe quello dell’arcobaleno.

Niamey, 16 agosto 2020