Scuola

Don Lorenzo Milani, 53 anni fa moriva il sacerdote-maestro. Il ricordo degli allievi: “Oggi vorrebbe una scuola più equa per tutti”

Morto a causa di un linfoma di Hodgkin, volle essere sepolto in abito talare e scarponi. Oggi la messa nella chiesa di Barbiana, dove fondò una scuola innovativa che rivoluzionò i principi della pedagogia. Uno dei suoi "ragazzi", Francuccio Gesualdi: "Il coronavirus ha dato la mazzata finale al sistema scolastico, che a marzo ha abbandonato i bambini a loro stessi"

Sono passati 53 anni da quando il priore di Barbiana don Lorenzo Milani ci ha lasciati, ma nessuno ha mai dimenticato quel 26 giugno 1967. Non se lo sono scordati i suoi allievi ma nemmeno i tanti insegnanti che hanno fatto loro lo scritto “Lettera a una professoressa”. Morto a causa di un linfoma di Hodgkin, negli ultimi mesi della malattia volle stare vicino ai suoi ragazzi perché, come sosteneva, “imparassero che cosa sia la morte”.

Chi ha ben in mente l’ultimo giorno di don Lorenzo è Francuccio Gesualdi, uno dei ragazzi di Barbiana (l’innovativa scuola creata dal sacerdote nel fiorentino) e fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo che ha da poco pubblicato il dossier “Migrazioni fra noi”: “Quella mattina eravamo tutti attorno al suo letto nella casa della madre a Firenze dove lui si era trasferito negli ultimi giorni della sua malattia. Era una stanza affollata, non mancava nessuno dei suoi allievi. Da giorni avevamo capito che era arrivato al traguardo della vita. Stava male, perdeva sangue. Con noi aveva parlato della sua morte, l’aveva fatto fin dall’inizio della sua malattia e noi lo avevamo seguito passo dopo passo”.

Del giorno della celebrazione funebre, invece, Gesualdi ricorda poco: “Sono passati troppi anni, ma so che la chiesa di Barbiana era colma di gente, così come il cimitero”. Seppellito in abito talare e, su sua espressa richiesta, con gli scarponi da montagna ai piedi, don Lorenzo aveva scelto di restare a Barbiana per sempre: “Si dice che appena arrivato da noi – racconta Gesualdi – fosse andato in Comune per comprare lo spazio dove essere sepolto. Non so se sia vero ma so per certo che non avrebbe mai accettato uno strappo ulteriore dopo il suo addio a Calenzano, la sua prima parrocchia”.

Il fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo che ha vissuto la sua adolescenza con il priore a Barbiana, dal 1957 al 1967, ama ricordare i messaggi che ha lasciato don Milani: “La coerenza, la responsabilità. Sono questi i due principi che lo hanno guidato per tutta la vita. E poi ci ha insegnato come spendere l’esistenza per gli altri”. Se si chiede a Gesualdi cosa direbbe oggi il priore sulla scuola, la risposta è chiara: “Parlerebbe ancora una volta degli obiettivi che l’istruzione deve raggiungere: l’equità e la sostenibilità. E insisterebbe sul concetto di pace”.

Commentando l’attualità, l’allievo di Barbiana aggiunge: “Ho la sensazione che la scuola sia tornata indietro. Si parla ancora di meritocrazia, di una scuola giudice che non si fa veramente carico degli ultimi. Superata la fase di “Lettera a una professoressa” c’è stato una disgregazione e quest’anno con il coronavirus è arrivata la mazzata finale. La scuola ha abbandonato a marzo i ragazzi, soprattutto i più piccoli, in particolare quelli che a casa non hanno genitori che li possono aiutare”.

Oggi, come ogni anno, i suoi allievi alle 16 si ritroveranno sul sagrato della chiesa di Barbiana dove sarà celebrata una messa, per poi trasferirsi al cimitero dove, oltre a don Milani, si ricorderanno anche due suoi allievi sepolti accanto a lui: Michele Gesualdi e Gian Carlo Carotti.