Musica

Stuart Sutcliffe, ecco chi era l’ex Beatles che diede vita ai ‘Fab Four’

Non tutti sanno chi fosse Stuart Sutcliffe, il pittore prestato alla musica che trova un posto speciale nella storia dei Beatles nato il 23 giugno 1940. Certo è che senza il suo contributo gli eventi avrebbero forse preso un’altra piega. Nonostante durante l’intero arco del percorso artistico dei “fab four” il titolo di “quinto Beatle” venne riservato non solo a lui ma ad altre tre persone: il dj Murray Kaufman, il primo batterista Pete Best e il tastierista e autore di fama internazionale Billy Preston.

E’ altrettanto un dato di fatto che tra questi solo Sutcliffe ebbe il merito di influenzare il gruppo a tal punto da sceglierne forse il nome, e contribuire con i proventi delle sue opere all’acquisto di un basso elettrico imbracciandone, uno, prima di Paul McCartney. La storia di Sutcliffe non è diversa da quella di qualsiasi giovane di belle speranze, che con l’ambizione più o meno espressa di voler cambiare il mondo, guardando con ammirazione alla “beat generation” che dettava legge oltreoceano, cominciò a frequentare i locali di Liverpool divenuto, nel mentre, idolo degli studenti d’arte iscritti al locale “College Of Art”.

L’incontro con John Lennon e Paul McCartney avvenne al 23 di Slater Street, dove Allan Williams – che dei Beatles divenne poi manager – aveva tirato su il noto Jacaranda: locale che, alla pari del Cavern, rientra a pieno titolo nella lista dei cosiddetti luoghi “beatlesiani” divenuti, ormai, di interesse storico ancor prima che musicale.

Ma l’incontro, il più importante della sua vita, Sutcliff, ebbe modo di farlo non in Inghilterra bensì ad Amburgo, in Germania: dove conobbe quella Astrid Kirchheer che assieme a Jurgen Vollmer mise la firma sulle fotografie che raccontano, ancora oggi, la quotidianità di una band all’epoca sconosciuta, intenta nella ricerca di un proprio stile in terra straniera.

Alla Kirchheer i Beatles devono, inoltre, look e pettinatura: nello specifico, ciuffo e stivaletti a punta. Elementi in voga, entrambi, presso la stragrande maggioranza dei giovani tedeschi dell’epoca. Da fan ancor prima che in qualità di professionista, la Kirchheer – anche dopo l’uscita, dal gruppo, di Sutcliff (col quale aveva intanto iniziato un’appassionata relazione) – mantenne rapporti diretti con i Beatles fino alla metà degli anni Sessanta, documentandone anche l’ultima trasferta nella sua città.

E proprio Sutcliff, che di fare il musicista non ne aveva mai voluto sapere per davvero, arrivò a cogliere, volentieri, il suggerimento (lanciato dagli altri) di esibirsi spalle al pubblico nel tentativo, rivelatosi poi vano, di dare un freno alle sue ansie. La prima, questa, di una lunga serie di liti e dissonanze, che andavano ben oltre l’incapacità tecnica del pittore: sempre più deciso, complice l’amore, a voler dare nuovo vigore alla sua carriera di artista.

Al primo di molti rientri del gruppo dalla Germania, Sutcliffe scelse quindi la permanenza: ottenuta l’ammissione presso l’Accademia d’Arte (d’Amburgo), che rappresentava il pretesto definitivo per non far ritorno oltremanica. In Germania egli troverà invece – ironia della sorte – non la fama ma la morte.

E’ il 10 aprile 1962, e dopo essere stato liquidato più volte per la mancanza (si diceva) di evidenze cliniche, perde la vita in ambulanza – si pensa, lì per lì, per emorragia cerebrale. Successivi esami rileveranno invece la presenza, all’epoca del decesso, di un tumore al cervello originato (forse) da un trauma cranico conseguenza di un pestaggio subito (all’epoca degli studi a Liverpool) da un gruppo di Ted: movimento, questo, che viveva in quel periodo una nuova ondata di interesse e che, seppure assimilabile più al calcio e al cricket, spesso si faceva tutt’uno con neonazisti e razzisti nell’organizzazione e nello svolgimento delle ronde di quartiere.

A restituire a Sutcliffe il posto che merita, e che occupa, nella storia non solo della musica saranno poco più in là nel tempo non le parole ma un’opera: un’altra, stavolta non la sua. La copertina, ovvero, di quel Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band che nel 1967 lo vide apparire in compagnia di nomi del calibro di Aleister Crowley, Marilyn Monroe, Lenny Bruce, Edgar Allan Poe, Karl Marx, Albert Einstein e tanti altri.