Società

Black Lives Matter e l’eredità che ci rende incapaci di provare vergogna. Anche davanti alle statue

Il movimento internazionale seguito alla morte di George Floyd è già entrato nella storia non soltanto perché sarà ricordato, e perché ha avuto effetti concreti, ma perché entrare “nella storia” a gamba tesa è stata la sua geniale decisione e il suo salto di qualità. Black Lives Matter ha la forza e il coraggio di proporci un obiettivo strategico per il secolo: liberarci da una concezione dell’eredità europea che ci rende arretrati e ci impedisce di comprendere il mondo. È quasi un compito a casa suggerito da un insegnante collettivo, intento in questi giorni a indicarci segni e simboli proprio come si fa coi bambini.

Dopo Marx e la sua rivoluzione filosofica la storia non è più considerata, come un tempo, opera di prìncipi e condottieri; ma l’uso pubblico e istituzionale della storia, di cui toponomastica e semantica urbana sono espressione, ha continuato a raffigurare il passato come una fiaba animata da individui eccezionali e signori a cavallo. Nel tempo sono cadute (quasi tutte) le statue dei fascisti e quelle dei comunisti nei paesi dell’Est, ma i colonizzatori (se di ascendente liberale) sono rimasti al loro posto.

Il paesaggio urbano europeo è per questo almeno in parte sconcertante, in patente contraddizione proprio con la dottrina liberale dell’uguaglianza che, se fosse presa sul serio, non potrebbe celebrare uomini per cui razze intere erano diseguali. Ancor più pericolosa è la contraddizione che si crea con il monito, fondante per l’Europa, alla memoria della persecuzione, del concentramento e dello sterminio, che può essere efficacemente difesa soltanto applicandola a tutto il mondo. Cosa ci faceva, ad Anversa, la statua di Leopoldo II? In Congo non c’erano le camere a gas, ma non è un buon motivo per celebrare un individuo che ha spezzato laggiù la vita a milioni di persone.

La sottovalutazione del colonialismo viene da lontano. Lo stesso Marx, negli scritti sulle Indie messi in evidenza da Edward Said, insinuava che le sofferenze dei colonizzati di Sua Maestà britannica dovevano esse comprese quale presupposto dialettico storico-economico del progresso che avrebbe condotto alla rivoluzione (in Europa). Un’idea imparentata con quella mentalità coloniale secondo cui io ti spezzo la schiena o ti rompo la testa – o ti faccio lavorare 15 ore al giorno a tredici anni per pochi spicci, o ti “prendo in moglie” a 12 perché vivi tra i selvaggi, ecc. – ma lo faccio per il tuo bene; anzi, per il bene di tutti.

“Ha fatto anche cose buone” non vale quindi soltanto per Mussolini, ma anche per Cecil Rhodes o, sotto forme diverse – e duole dirlo – per Winston Churchill. La parte migliore dell’Europa ha accettato la condanna del fascismo quale espressione suprema del colonialismo (applicato all’Europa stessa), ma non mette a fuoco che la logica coloniale in generale deve essere abbandonata, in qualunque forma e in qualunque luogo. Si dice “andiamo ad aiutarli a casa loro” senza senso del ridicolo, giacché noi a casa loro li derubiamo ancora oggi e li abbiamo massacrati e derubati per secoli, fino ad accumulare – noi, non loro – un debito tale che pensarci sarebbe come guardare dentro il Grand Canyon.

La disinvolta esibizione urbana di personalità sanguinarie non è, quindi, la ponderata contemplazione estetica di resti ormai neutri e inoffensivi; è sintomo della nostra incapacità di provare vergogna, e rimuovere queste autentiche gallerie urbane dell’orrore là dove esistono. Sarebbe solo l’inizio. Fino a quando un simile inizio non sarà reso evidente nelle città ai cittadini, oltre che insegnato a scuola alle bambine e ai bambini, avrà sempre ragione chi prenderà la statua di uno schiavista o di un colonizzatore e l’abbatterà dal suo piedistallo.

Dopotutto anche le nostre recenti “imprese” per aiutarli a casa loro hanno causato qualche danno artistico: le rovine di Niniveh e di Palmira, o le antichità di Baghdad e di Aleppo – per fare solo due tragici esempi, tra i molti possibili – sarebbero con ogni probabilità intatte senza l’occupazione militare dell’Iraq o il folle supporto occidentale agli islamisti siriani in funzione anti-Assad.

Se qualcuno tira giù un obbrobrio qui da noi, allora, non mi abbandonerei al piagnisteo: mi porrei semmai il problema di come evitare, in futuro, evoluzioni ancora peggiori.