Scuola

Università, per molti il futuro è nell’e-learning ma c’è scetticismo

Morte e Resurrezione delle Università è un saggio pubblicato solo 15 mesi fa in italiano e 9 mesi fa in inglese. E spiega parecchie cose che stanno accadendo oggi nel mondo dell’alta formazione, al di là di ogni ragionevole congettura che si poteva fare sei mesi fa. In quel libretto racconto che tre sono i principali fattori di crisi dell’università moderna: la chimera del lavoro, la sfida della tecnologia e la stupidità della burocrazia.

L’università “moderna” è un colosso basato sul modello utilitaristico regolato dalle leggi del mercato. Negli ultimi trent’anni ha sepolto un archetipo più che millenario e rinnovato con successo 200 anni fa. La crisi si manifesterà in modo graduale o catastrofico? Nessuno poteva prevederlo sei mesi fa, nessuno tuttora può prevederlo.

Per le “moderne” università, la pandemia del Covid-19 è un fenomeno catastrofico o soltanto un incidente di percorso? Come insegna la teoria di René Thom, la catastrofe è un punto critico che può condurre a una biforcazione radicale del sistema: tornare indietro, quando anche sia concepibile e possibile, è mostruosamente difficile. E per molti, il punto critico è il massiccio ricorso alla didattica a distanza, con cui parecchi colleghi battezzano, in modo un po’ riduttivo, l’e-learning.

Secondo alcuni studiosi, la pandemia sarà usata come pretesto per la diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali, cancellando l’esperienza secolare dell’ascolto, dell’incontro e dello scambio tra docente e studente e tra gli stessi scholarii. E c’è chi, come Giorgio Agamben, è anche “certo che le nostre università sono giunte a tal punto di corruzione e di ignoranza specialistica che non è possibile rimpiangerle e che la forma di vita degli studenti si è conseguentemente altrettanto immiserita”. Invero, il fenomeno dell’e-learning è assai più ampio e radicale.

Due terzi dei rettori di 200 importanti università, interpellati in un sondaggio di THE World University Rankings nel 2018, prevedevano che le università più prestigiose avrebbero offerto lauree online entro il 2030. Solo un quarto di loro pensava, però, che la versione telematica di un corso di studi sarebbe stata più popolare del percorso tradizionale. Nel complesso, l’ampio ventaglio degli intervistati – 45 paesi di 6 continenti – si mostrava generalmente scettico che l’istruzione digitale avrebbe potuto presto soppiantare quella ex visu. E, secondo molti studiosi, incontrare le persone, interagire con i colleghi e con gli studenti – in breve, vivere in un ambiente universitario reale – è la chiave del sapere.

Tra pensiero accademico e azione di governo universitario c’è però un ampio braccio di mare. Da parecchi anni, i Massive Open Online Courses (Mooc) si sono moltiplicati, sia negli atenei americani sia in quelli europei. Chiunque sia collegato a Internet può seguire le lezioni di professori eccellenti, grandi star di ciascuna disciplina, senza doversi spostare da casa.

Lo studente internauta diventerà sempre più il protagonista del mercato dell’alta formazione, un cliente sempre più mobile, giacché l’offerta dei Mooc è ormai vasta e le diverse iniziative, anche quelle nate in ambito puramente accademico, si sono sviluppate come vere e proprie aziende. Coursera, fondata da due docenti di Stanford, è tuttora la più diffusa e offre più di 2.000 corsi a 24 milioni di utenti registrati.

Coursera non è l’unica iniziativa. Ce ne sono altre con profilo simile, come edX, creata dal Massachusetts Institute of Technology e dalla Harvard University. Con attitudini diverse, ci sono anche Iversity e Udemy, mentre la Kahn Academy ha una impostazione meno conformista, poiché si allontana da un approccio mercatistico: condivisione anziché competizione per il sapere.

Restando in ambito formale, tra gli atenei di maggior prestigio internazionale era già in corso una guerra di posizionamento per guadagnare le fette più succose di questo mercato, anche con iniziative settoriali mirate a specifici clienti. La pandemia non fa che accelerare un processo già in atto.

Non sappiamo ancora se la pandemia potrà condurre alla morte l’università “moderna” o, al contrario, consoliderà e concentrerà un potere già quasi assoluto nelle mani delle governance burocratiche. La sfida tecnologica tende a non lasciare spazio al laudator temporis acti: non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Sulle conseguenze dell’e-learning avremo modo di riflettere più avanti e non solo sui pericoli fulminati dalle saette di Agamben, con argomenti affatto condivisibili ma lo sguardo al passato. E, forse, non sono tutte negative.