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George Floyd, il razzismo negli Usa esiste ed è violento. Ora è il momento della solidarietà

Jean-Paul Sartre ha fornito una delle definizioni più precise e vigorose del razzismo moderno, come ebbe a riconoscere perfino Pierre Bourdieu, nonostante la distanza teorica tra i due. Vale la pena ricordare questa definizione ora che i commenti sulle rivolte antirazziste negli Stati Uniti stanno generando una densa cortina di fumo, impedendo anche la vista degli osservatori più attenti.

Se nel senso comune, nei media e in diverse riflessioni teoriche il razzismo è solitamente concepito come ideologia (seppur al servizio di un determinato sistema socio-economico), per Sartre, invece, è altra cosa. Egli si è sempre rifiutato di collocare il razzismo contemporaneo nel grande alveo delle ideologie, poiché per lui – che senza paura si poneva alla testa dei cortei antirazzisti – il razzismo non può essere separato dalla pratica, in quanto “non è un risveglio contemplativo dei significati incisi nelle cose; è in sé una violenza che si dà la propria giustificazione: una violenza che si presenta come violenza indotta, contro-violenza e legittima difesa”.

Se si accetta la definizione sartriana, ogni forma di razzismo va pensata come “razzismo-operazione” e, di conseguenza, finiscono per perdere senso tutte le categorizzazioni dei vari tipi di razzismo individuati da alcune scuole teoriche – “culturale”, “biologico”, “sociale” – essendo queste, nella loro essenza, manifestazioni (graduate) della violenza. Ciò che subiscono dunque le vittime del razzismo (individui o gruppi sociali) è sempre violenza, anche quando questa appare nella mera forma simbolica.

Se è facile collocare l’uccisione di George Floyd dentro la definizione di Sartre, dato che la violenza esercitata contro di lui dalla polizia di Minneapolis è palese, non risulta altrettanto facile e immediato qualificare come violenza il fatto che la popolazione nera sia sostanzialmente esclusa dai diritti, dal welfare, dal servizio sanitario, dal sistema di istruzione, dalle abitazioni dignitose, da certi tipi di lavoro, etc.

A determinare questa situazione non è il “razzismo-ideologia”, ma il “razzismo-operazione”, di cui parla Sartre, perché la collocazione dei neri nei gradini più bassi della gerarchia sociale è una realtà, un fatto sociale evidente, realizzata con azioni concrete e sistemiche. Non è l’esito infausto di una mera dottrina. Questa, semmai, arriva dopo, per circondare o “illuminare” la praxis.

Da questo angolo di osservazione non appare difficile comprendere come le odierne proteste dei neri negli Stati Uniti siano una reazione (anche violenta) alla violenza generalizzata e multilevel che questi subiscono da secoli, sin dai tempi in cui i loro avi furono catturati e venduti come schiavi dagli schiavisti bianchi. E non si può pretendere, non senza apparire ridicoli almeno, di imporre alle vittime le modalità di reazione alla violenza, che – appare utile qui rammentare ai sostenitori della legalità a tutti i costi – è, tra le altre cose, anche illegale.

Sì, perché la violenza quotidiana che i neri subiscono in ogni ambito della loro vita è illegale, dal momento che non esistono tribunali, leggi o articoli che garantiscano alla polizia la licenza d’uccidere, di picchiare e di insultare i neri oppure che considerino legittima la loro discriminazione sociale ed economica. Eppure è esattamente ciò che accade, ogni giorno.

L’attuale momento storico, caratterizzato da grandi crisi sanitarie ed economiche, ha reso più che mai evidenti le disuguaglianze e gerarchie sociali, mostrando in bassorilievo anche la violenza (razzista) che le tiene in piedi. È esattamente questo che spinge ora negli Stati Uniti diversi segmenti sociali, compresi quelli composti da bianchi, a riconoscere nella protesta del movimento #blacklivesmatter qualcosa che rappresenta anche le loro istanze.

Non è un caso, infatti, che in questi giorni molti sindacati statunitensi abbiano espresso solidarietà incondizionata al movimento #blacklivesmatter. Così, il sindacato che rappresenta i lavoratori di alberghi, ristoranti e aeroporti della città di Minneapolis, Unite Here Local 17, ha manifestato pubblicamente la propria solidarietà al movimento. Hanno fatto altrettanto gli infermieri di Nnu (National Nurses United), i metalmeccanici di United Steel Workers (Usw), così come gli assistenti di volo di Association Flight Attendants (Afa-Cwa), rivendicando giustizia per l’uccisione di George Floyd.

In un recente comunicato, gli autisti del sindacato Atu 1005 (Minneapolis Amalgamated Transit Union) hanno espresso il bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili, in grado di coniugare le lotte dei neri con quelle dei lavoratori: “La brutalità della polizia è inaccettabile! Questo sistema ha abbandonato tutti noi lavoratori, come dimostra la crisi economica e il Coronavirus che stiamo affrontando. Ma questo sistema ha soprattutto abbandonato la gente di colore, i neri americani e la gioventù nera. Abbiamo più che mai bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili. Un movimento che sappia unirsi a quello dei lavoratori e che sia indipendente dalle imprese e dai partiti politici…”.

Dai comunicati si è velocemente passati agli atti concreti di solidarietà: gli autisti (di ogni colore) degli autobus di Minneapolis e di New York si sono ripetutamente rifiutati di collaborare con la polizia, quando questa li ha chiamati per portare in carcere gli arrestati nelle manifestazioni.

Di fronte a uno scenario così complesso ed esplosivo, fanno riflettere alcuni commenti o titoli di giornali, anche italiani, che si affrettano a spiegarci le odierne rivolte negli Stati Uniti con la presenza delle gang mafiose e dei black bloc (rieccoli!) o, addirittura, con la discesa in campo (a fianco dei neri?) dei suprematisti bianchi. Rifiutare di riconoscere o di rappresentare la violenza strutturale del razzismo oggi non salverà però i razzisti dall’onda d’urto del movimento #blacklivesmatter.