Cronaca

Usa, un altro caso di brutalità contro un uomo di colore: la giustizia non sempre porta la divisa

Siamo a Minneapolis, Minnesota. George Floyd, 46 anni, viene fermato dagli agenti della polizia locale in seguito a una segnalazione per stato alterato da alcol o droghe. Nell’arco di 10 minuti, Floyd muore. O meglio, non è che sia proprio morto per conto suo. Dovranno essere accertate le cause precise del decesso, ma quel che viene fuori dal video virale di uno dei passanti è tanto chiaro quanto insopportabile: per diversi minuti l’uomo è stato forzato a terra con il ginocchio dell’agente premuto sul collo. Più volte ha tentato di chiedere aiuto dicendo “I can’t breath” (‘Non riesco a respirare’). Nessuna reazione.

Una storia tragica, vero? Ma in questo mio riassunto manca un dato fondamentale: George Floyd è un uomo di colore. E la sua morte non è affatto un caso isolato.

Secondo l’agenzia di ricerca statistica Mapping Police Violence nel 2019 la polizia negli Stati Uniti ha ucciso circa 1100 persone. Le persone di colore rappresentano circa il 24% dei decessi, nonostante la loro presenza nel Paese non superi il 15% della popolazione. La probabilità che sia una persona di colore a essere uccisa dalle forze dell’ordine è tripla rispetto alla stessa sorte per le persone bianche. E doppia se ci riferiamo alla comunità ispanica, cioè quelli non proprio neri, ma fastidiosamente troppo scuri per qualche razzista col distintivo.

Tra il 2013 e il 2019, stando al report, in pochissimi casi a un’uccisione da parte delle forze dell’ordine sono seguite accuse formali o processi. Come riportato dalla Cnn, però, la famiglia di Floyd ha sollevato una richiesta importante, supportata dai comitati di protesta di tutto il paese e dal movimento Black Lives Matter: i quattro agenti coinvolti in questa faccenda dovrebbero essere accusati di omicidio. Sarà poi la giustizia a fare il suo corso sulla base dei video registrati dai testimoni e dalle telecamere di sorveglianza, che ad oggi sembrano contrastare con i verbali dei poliziotti.

Come da manuale, la reazione della Federazione di Polizia di Minneapolis è stata tutt’altro che indignata: “Non è il momento di affrettare i giudizi e condannare immediatamente i nostri agenti”. Ora, soffermiamoci su queste parole. Non ci è dato ancora sapere se Floyd stesse avendo dolori di altro tipo o problemi fisici dovuti allo stato di alterazione, fatto resta che un ufficiale della polizia ha passato cinque minuti con il ginocchio sul collo di un uomo disarmato che implorava di poter avere un po’ di ossigeno. È stato un passante a far notare che Floyd perdeva sangue dal naso ed era immobile.

Il problema non può essere stato solo medico, come ha classificato la polizia, ma anche culturale, con una matrice ben precisa. Oltre al razzismo, non è mancata una buona dose di violenza che pure in casa nostra ha fatto male a tanti, da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi, passando per Giuseppe Uva e per tutte le vittime di quella che in America chiamano police brutality. E forse rende di più l’idea rispetto alla nostra formula “abuso di potere”, perché di brutalità si tratta.

Per molte persone di colore incontrare un ufficiale di polizia si accompagna a una sensazione di terrore. Secondo uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista medica The Lancet le notizie che riportano episodi di violenza delle forze dell’ordine contro una persona nera danneggiano progressivamente la salute mentale dell’intera comunità. Lo stesso tipo di reazione non è riscontrata nei soggetti bianchi che, per quanto dispiaciuti o preoccupati, non sembrano avere un impatto sulla percezione della propria sicurezza e del proprio benessere.

Dopo il caso di Floyd, sui social circolano alcune immagini di due degli agenti coinvolti che porterebbero il cappellino tipico dei supporter del presidente Trump, con la scritta “Make America Great Again”. Non si tratta di notizie verificate, ma il fatto preoccupante è che una cosa simile non ci stupirebbe affatto. Come se ci fossimo rassegnati a notizie come questa nell’America del presidente più razzista di sempre.

Forse questo stesso triste pensiero ha fatto ogni singolo passante fermatosi a riprendere la scena, o a stupirsene da lontano. Avrebbero potuto, in tre, in quattro, in dieci, allontanare l’ufficiale che stava ammazzando Floyd. Avrebbero potuto gridare come matti, avrebbero potuto fare leva sugli altri agenti presenti. Avrebbero potuto, e invece sono riusciti a normalizzare, a tollerare una scena simile finché non è stato troppo tardi. Avranno pensato “sono pur sempre poliziotti, sanno quello che fanno”. Ma la giustizia non sempre porta la divisa e spesso per compiersi ha bisogno della nostra rabbia.