Tecnologia

Immuni tra ritardi e dubbi sul software: l’app anti-Covid pronta per la prossima pandemia?

L’app Immuni, il sistema di tracciamento dei contatti anti Covid-19, sarà pronta forse per la prossima pandemia, visti i tempi di sviluppo del progetto.

E’ quanto si chiedono oramai con insistenza molti italiani.

La “gioiosa” macchina da guerra digitale annunciata dalla ministra per l’Innovazione, Paola Pisano, ancora non si vede, nonostante l’avvio oramai conclamato della fase 2 e la firma del contratto con la società privata Bending Spoons, che risale oramai al 10 di aprile.

Non si vede l’app, non si vedono i documenti relativi alla scelta del contraente privato richiesti attraverso il Foia da alcuni giornalisti né quelli richiesti da Associazioni di tutela dei diritti civili che hanno chiesto alla ministra Pisano diversi quesiti sulla scelta dell’app. Tra questi ad esempio quali criteri di valutazione sono stati utilizzati dal “Gruppo di lavoro data-driven per l’emergenza Covid-19” durante l’analisi delle proposte dei partecipanti alla fast call for contribution e il punteggio assegnato ai candidati selezionati e agli altri ammessi alla valutazione.

E, soprattutto non si vede ancora il codice sorgente dell’applicazione sviluppato da Bending Spoons e testato da un gruppo di lavoro ministeriale di cui si conosce l’esistenza ma non la composizione, e che la ministra ha dichiarato essere open source.

Open source forse sì, ma a metà.

La licenza di rilascio sul software, infatti, è la Mpl 2, che alla quasi totalità delle persone non dirà nulla, ma che presenta una caratteristica rispetto alle “vere” licenze libere che distribuiscono un software. La licenza Mpl, infatti, consente a chi ha sviluppato l’app di mantenere ancora il controllo sulla circolazione successiva dell’app, cosa che non avviene con le vere licenze libere – quali ad esempio la cosiddetta licenza Gpl – e che, a maggior ragione, non avviene se lo Stato acquisisce in proprietà esclusiva il codice sorgente.

Nel frattempo è accaduto di tutto: da trasmissioni televisive come Report, che hanno cercato di far luce sul progetto e su coloro che sono stati incaricati dello sviluppo, alle dichiarazioni della ministra Pisano alla Camera e al Senato, fino alle parole di membri autorevoli della task force che hanno di fatto sconfessato la scelta dell’app dichiarando che “la soluzione tecnologica scelta non coincide con quella che abbiamo raccomandato come task force perché è lenta, in parte inefficace, imprecisa, insufficiente”.

Gli inventori della tecnologia Bluetooth, Haartsen e Mattison, su cui si basa anche l’app immuni, hanno poi espresso gravi dubbi sull’affidabilità delle app di tracciamento, a causa dei cosiddetti falsi positivi e negativi, che renderebbero molto pericoloso l’uso stesso dell’applicazione.

C’è stata anche la predisposizione di un decreto legge che dovrà essere convertito dal Parlamento e che prevede una disposizione finalizzata a dotare l’implementazione della piattaforma di oneri economici per lo Stato di 1.500.000 euro per l’anno 2020.

E c’è stata anche la verifica ad opera del Copasir, o comitato parlamentare sulla sicurezza della Repubblica.

Le spiegazioni sul funzionamento del progetto non devono aver molto convinto il Copasir se lo stesso organo nei rilievi operati al progetto, in un documento di 12 pagine approvato il 13 maggio avrebbe parlato anche di rischi hacker.

Il documento metterebbe nero su bianco diversi aspetti critici, invitando comunque il governo alla massima prudenza e attenzione, dal momento che comunque lo sviluppatore è un soggetto privato e non pubblico”.