Scienza

5G, non ci sono evidenze che causi tumori. E ora il Paese ha bisogno di una rete efficiente

Chi afferma che la tecnologia 5G o l’uso dei cellulari possa avere a che fare con i tumori, in realtà usa senza alcuna precauzione il principio di precauzione, se mi è concesso il gioco di parole. Questa correlazione non è impossibile (tornare in vita dopo la morte o che il tempo scorra all’indietro è “impossibile”), ma i dati disponibili la rendono molto ma molto improbabile. Avere dubbi, se non si è studiata a fondo la questione, è totalmente comprensibile, perché in rete girano tantissime informazioni allarmistiche, però, analizzando razionalmente il problema non c’è davvero alcun motivo reale per avere paura e rinunciare a una tecnologia utile e necessaria per lo sviluppo del Paese.

Se è vero che il rischio zero non esiste, è altrettanto vero che per valutarne ogni volta la “gradazione” dobbiamo saperlo “misurare”. Come ho recentemente illustrato sul blog di Beppe Grillo, le persone tendono a sottovalutare l’eventualità che si materializzi un evento che in realtà rappresenta un rischio concreto, mentre invece sopravvalutano la probabilità che accada un avvenimento del tutto improbabile. Prendiamo come esempio il verde urbano: la possibilità che un ramo da un albero si stacchi e ci colpisca c’è. Per questo i sindaci dispongono le potature e fanno rimuovere gli alberi eventualmente malati. Eppure, c’è chi si preoccupa che gli alberi siano tagliati a causa del 5G (che è un timore del tutto privo di fondamento) piuttosto che del pericolo ben più probabile di ricevere un ramo sulla testa.

Dal punto di vista chimico-biologico, è implausibile che le radiofrequenze possano generare tumori o altri effetti biologici significativi, almeno altrettanto che qualcuno possa avere una potente erezione grazie al modem Wi-Fi senza sapere di esservi esposto. Nessuna delle due cose accade ma direi che lo sviluppo del tumore è anche meno probabile (perché più studiato) piuttosto all’erezione.

I tumori derivano da un danno al dna in seguito alla rottura di legami chimici. Ora, le radiazioni elettromagnetiche in grado di rompere questi legami sono quelle ionizzanti, cioè quelle di energia che sia almeno di quella dei raggi UV (10 elettronvolt). L’energia delle radiofrequenze è al massimo un millesimo di elettronvolt, quindi 10.000 volte meno. Per visualizzare cosa significa un fattore diecimila, immaginiamo che è come la differenza tra sollevare una piuma, una bustina di zucchero oppure due sacchi di cemento da 25 kg. Non c’è alcun meccanismo biochimico noto che indichi che le cellule possano mutare in tumorali in seguito all’esposizione con le radiofrequenze. C’è però la remota eventualità che i tumori si possano sviluppare in un modo che ancora deve essere scoperto.

Sono stati eseguiti studi epidemiologici sulla popolazione, in situazioni reali e non in laboratorio, negli Stati Uniti, ove i limiti di esposizione (in termini di densità di potenza) sono cento volte i nostri, con i cellulari di vecchia generazione, le cui emissioni erano ben superiori ai moderni smartphone. Risultato: nessun aumento di tumori negli utilizzatori di telefoni cellulari, neppure alla testa, dove l’intensità del campo elettromagnetico è maggiore.

Arrivati a questo punto, si introduce l’argomento “ma gli studi sugli animali”. Molte persone citano le ricerche del National Toxicology Program e dell’Istituto Ramazzini, perché secondo loro dimostrerebbero la correlazione tumori-radiofrequenze. Spesso chi li cita non solo non li ha letti, ma non ha neppure mai letto alcun altro articolo scientifico in vita sua, e si basa su comunicati stampa e articoli sul web. In realtà, in quegli studi non c’è alcuna evidenza concreta della correlazione cellulari-tumori.

Partiamo con lo studio del National Toxicology Program, costato oltre 30 milioni di dollari. In questo studio ci sono due gruppi di ratti, uno sottoposto a radiofrequenze (con potenze comunque superiori a qualsiasi limite di legge) e uno di controllo. Risultato: il gruppo esposto alle radiofrequenze vive in media l’8% di più. Lo ripeto: la sopravvivenza maggiore è proprio nel gruppo esposto, non nell’altro.

Quindi, visto che nei ratti i tumori spontanei si sviluppano più tardi nella vita, potrebbe essere questa la spiegazione più semplice e logica.

Passiamo allo studio dell’istituto Ramazzini, che ha visto il sacrificio (rivelatosi inutile, come vedremo) di ben 2448 animali. Per capirlo, però, abbiamo bisogno di parlare un attimo di statistica. Ipotizziamo di lanciare una moneta 100 volte e di ottenere 51 volte “testa” e 49 volte “croce”. Possiamo dire che la moneta sia truccata? No. Chi ha fatto un minimo di ricerca sa che esistono le naturali fluttuazioni, e 51/49 rientra in quelle.

Come capire allora quando ci troviamo di fronte a una fluttuazione statisticamente significativa? Questo è tutt’altro che semplice, e infatti si usano dei programmi che determinano la probabilità che quello che è stato ottenuto sia dovuto al semplice caso.

Ora, ritorniamo allo studio del Ramazzini (una onlus in realtà, non un istituto di ricerca).

Come abbiamo visto, i ratti sviluppano normalmente dei tumori. Solo se i ratti esposti ne sviluppano molti di più possiamo dire quindi che c’è una correlazione “statisticamente significativa” (ricordiamoci queste due paroline). Una cosa che disturba è l’affermazione ripetuta più volte “c’è un aumento di tumori ma non statisticamente significativa”. Questo è un non senso che non dovrebbe mai apparire in un articolo scientifico. Se gli aumenti non sono statisticamente significativi, questo vuole dire che non ci sono e basta. Ottenere 51 volte “testa” su 100 lanci non è “un aumento delle volte che viene testa”: perché si tratta di una semplice fluttuazione.

Nello studio del Ramazzini, su 72 osservazioni ce ne sono ben 71 non “statisticamente significative”. Esaminiamo però quell’unico aumento significativo. Solo su ratti maschi, solo su un tipo raro di tumore (lo schwannoma), solo all’esposizione più alta (che in Italia sarebbe in ogni caso fuori legge) e non c’è alcuna maggiore risposta alla maggior esposizione: i numeri di schwannomi variando il campo sono erratici, mentre di fronte a un fenomeno reale ci si aspetterebbe un aumento progressivo.

C’è però qualcosa che non torna. Abbiamo visto più volte che i ratti hanno un’incidenza naturale di tumori, e dovremmo trovare alcuni tumori anche nel gruppo di controllo. Secondo l’autrice dello studio, la dottoressa Fiorella Belpoggi, in audizione alla Camera, questo valore dovrebbe essere lo 0,6%.

Infatti, nei ratti femmina (vedi figura, gruppo di controllo) si osserva un’incidenza dell’1%, proprio di questo ordine di grandezza. L’anomalia del gruppo di controllo dei maschi è proprio che non si è osservato alcun tumore, invece se ne sarebbero dovuti avere almeno due (lo 0,6%). L’incidenza di schwannomi nel gruppo di ratti maschi irradiati è dell’l’1,4% (gruppo esposto a 50V/m), che corrisponde a solo tre topi. La variazione in negativo da 0,6% a zero, è di fatto la stessa variazione (in positivo) da 0,6% a 1,4%, e quindi quel dato rappresenta una semplice fluttuazione

Quindi, questi studi letti attentamente dicono che è altamente improbabile che i tumori nei ratti si siano sviluppati a causa dell’esposizione alle radiofrequenze. Dovrebbero rassicurare, piuttosto che generare allarme! Osservazioni molto critiche sono anche contenute in un report dell’Icnirp, una commissione pubblica che studia gli eventuali effetti sulla salute delle radiofrequenze.

In questo momento difficile per il Paese, da deputato della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione vedo che a causa delle connessioni non ottimali, ci sono studenti che hanno difficoltà a seguire le lezioni on-line e lavoratori che non riescono ad attivare lo smartworking. Appare quindi davvero incomprensibile che in assenza di reali rischi ci sia ancora chi voglia bloccare una nuova tecnologia che tra l’altro ridurrà le emissioni elettromagnetiche nell’ambiente, dopo che c’è stata sia un’indagine dell’istituto superiore di sanità, che non ha trovato alcuna evidenza di correlazione tumori-radiofrequenze, e un’ampia indagine conoscitiva presso la Camera dei Deputati, cheha portato a esiti rassicuranti.

Il nostro Paese ha bisogno di ripartire con l’innovazione, non di inutile allarmismo. Ricordiamoci che una delle cinque stelle del MoVimento era proprio la connettività per i cittadini!