Cultura

25 aprile 2020, il bunker di piazza Grandi a Milano apre per un tour virtuale. Il ricordo di chi ci è stato durante la Seconda Guerra Mondiale: “Quegli attimi non posso dimenticarli”

Il cimelio in cemento armato, se così vogliamo chiamarlo, riaprì al pubblico dopo ottant’anni d’oblio nel 2017: “Progettato dall’Ufficio Tecnico del Comune di Milano, fu concluso nel 1936, poco prima della Seconda Guerra Mondiale. È il 56esimo di 135 rifugi pubblici. Parliamo di un labirinto di 250 metri quadri, suddiviso in 24 stanze. Poté dare ricovero fino a 450 persone”

Galleggia placido a tre metri sottoterra nel tempo dei ricordi, ad un tuffo dalla granitica fontana di pietra opalina che sovrasta l’omonima piazza e dal cui torrione zampilla impetuosa la cascata d’acqua che cela la canna d’areazione del manufatto sottostante: “Stiamo aprendo le porte, sia pur in remoto, dell’unico a oggi visitabile, rifugio antiaereo pubblico di Milano, il bunker di piazza Grandi. Ieri luogo di salvezza, oggi luogo di memoria”. È la sintesi poetica in diretta streaming di Neiade Tour&Events, realtà milanese specializzata nella promozione dell’arte e della cultura. Una voce esperta spezza l’intraducibile silenzio portato a galla dalle visite che rientrano tra gli appuntamenti on-line che celebrano il 25 aprile 2020: “A oggi la lista d’attesa ammonta a quasi 3mila contatti ed è un bene che sia così: un libro di pietra non può cadere nel pozzo della storia, né tantomeno sbiadire nella banalità del passato, perché se guardare avanti è un obbligo, scrutare all’indietro è una necessità”.

Il cimelio in cemento armato, se così vogliamo chiamarlo, riaprì al pubblico dopo ottant’anni d’oblio nel 2017: “Progettato dall’Ufficio Tecnico del Comune di Milano, fu concluso nel 1936, poco prima della Seconda Guerra Mondiale. È il 56esimo di 135 rifugi pubblici. Parliamo di un labirinto di 250 metri quadri, suddiviso in 24 stanze. Poté dare ricovero fino a 450 persone”.

Al suo interno non è stato lasciato niente, poiché niente c’era. Solo una panchina in simbolo d’attesa. Dunque un posto integro ma spoglio. Forse perché la conservazione della memoria non deve essere né alterata né musealizzata, casomai solo fatta parlare. E se le mura di questo bunker potessero urlare! Alle volte lo fanno per davvero, quando a rompere il muro del silenzio sono gli stessi testimoni di guerra: “L’ultima volta che misi piede in quel ‘covo’ era il 1940, l’anno in cui Milano ricevette il battessimo di fuoco. Avevo cinque anni, oggi ne ho ottantacinque. Malgrado ciò, quei tragici attimi nei quali si sperava che il fischio sordo di una bomba non preannunciasse la propria morte, non posso proprio dimenticarli” racconta Mario Bossi, intanto che apre le cataratte dell’inferno. “Il peggio arrivò nel ’42, quando gli inglesi iniziarono a sferrare i primi attacchi diurni. Ne fui vittima anch’io. Stavo passeggiavo con mio padre nei pressi di una delle botole d’entrata, quando a un tratto udimmo un boato fortissimo. La terra oscillava percettibilmente. Erano stormi da caccia, scorrazzavano in cielo mitragliando a più non posso” prosegue il signor Bossi “Pensai: non è così terribile morire. Grazie a Dio al nostro posto trivellarono un pilone della luce. Davanti a quel palo ci sono passato davanti tutti i giorni per circa vent’anni”.

A distrarre il silenzioso rumore del passato è anche la flebile voce di Carla Carolina Cresta Vecchi, una nonnina di 88 anni, orfana di madre dall’età di due anni. In piena pandemia da Covid la signora dai capelli argento desidera raccontare la sua Milano ai milanesi: “In tempo di guerra vivevo a un soffio dal bunker e anche se nel suo ventre non mi ci rifugiai mai, vidi cose che mi fecero tremare il cuore. L’inverno del ’42 poi, fu tremendo”. Donna Carolina allude al trauma delle cantine e al rischio di riemanarvici sepolti: “Papà mi aveva promesso un paio di scarpine nuove, stavo provandole quando a un tratto fummo scossi da un groviglio bollente di onde d’urto. Volammo dritti nello scantinato del negozio. Le signore urlavano, le vecchie pregavano, i bambini piangevano. Quando uscimmo le case erano crollate. Corremmo disperati verso casa, e nel mentre papà mi disse una cosa che non dimenticherò mai: la tua mamma ti ha protetto dal cielo. Aveva ragione, se non mi avessero spostato nell’altro ricovero sarei morta”. I due rincasarono allo scoccare della mezzanotte: “L’abitazione era in piedi ma i vetri erano caduti. Ricordo il nonno e la zia con la testa appoggiata al tavolo. Pensavano che fossimo morti. Abbracciarli è stato come ritrovare una persona che si pensa scomparsa”.

A uscirne con le ossa rotte fu anche la città della Madunina: “La sua Passione terminò tra il 15 e il 16 agosto del ‘43. Era notte, ma Milano era illuminata a giorno in preda a un cataclisma inumano. Qualche demone voleva che ardesse. Le piazze e le vie, ostruite da palazzi, erano arate come campi. Al centro della scena decine e decine di bombe incendiarie piovevano dal cielo come esagoni di fuoco e si fiondavano nelle abitazioni sventrate liberando fiammate di 2.500 gradi” spiega Sebastiano Parisi, libero ricercatore, recatosi presso gli Archivi Nazionali di Londra per studiare le strategie militari inglesi, documentate con dovizia di particolari nel suo ultimo libro Milano sotto le bombe. “Il Bomber Command non sarebbe più tornato ma tutto ormai era ridotto a fumo, morti e macerie. Eccezion fatta per il rifugio in questione: insieme ad altri, fu sigillato, abbandonato e dimenticato fino all’alba di un nuovo secolo” conclude lo scrittore dalla penna sagace.