Memoriale Coronavirus

Coronavirus, morto il rianimatore Vincenzo Emmi: era tornato a lavorare al San Matteo di Pavia dopo l’inizio dell’emergenza

Emmi è stato professore, rianimatore e infettivologo. In pensione dal 2017, era tornato al lavoro in seguito all’emergenza. A causa del Covid-19 è morto il 5 aprile a 73 anni, nello stesso reparto dove ha passato la sua carriera. Il collega e amico Gianni Negri: "Senso del dovere irrinunciabile. Non lasciava mai spazio a se stesso. Il punto per lui era la centralità del paziente"

Vincenzo Emmi non alzava mai la voce. Né con i colleghi, né con gli studenti. Anche quando sembrava stesse arrivando al limite della pazienza non la perdeva mai. “Ma proprio questa sua tranquillità lo rendeva efficace: gli specializzandi sapevano che un suo sguardo di traverso, con i suoi occhi azzurri, era peggio di una strigliata”, lo ricorda così Gianni Negri, primario di Anestesia e Rianimazione e direttore del dipartimento di chirurgia dell’ICS Maugeri di Pavia.

Nella stessa città, Emmi è stato professore, rianimatore e infettivologo del Policlinico San Matteo. Era in pensione dal 2017 ed era tornato al lavoro in seguito all’emergenza coronavirus. A causa del Covid-19 è morto il 5 aprile a 73 anni, nello stesso reparto dove ha passato la sua carriera. Arrivava da Messina, dopo aver studiato medicina a Perugia.

Gianni Negri lo conosce dal 1977: “Dal 1994 al 2003 abbiamo avuto lo stesso studio, il numero 1 dell’ultimo piano del reparto di Rianimazione 1 al San Matteo. Aveva 9 anni in più di me, ma non me li ha mai fatti pesare: per lui i colleghi più giovani erano prima di tutto colleghi”. Il dialogo con gli studenti infatti gli riusciva bene, e così l’insegnamento. Come riportato dalla Provincia Pavese, accoglieva gli specializzandi in turno di notte con queste parole: “Bene, al lavoro. E un giorno tutto questo sarà tuo”.

La sua era una competenza che spaziava. “Clinica, internistica, infettivologica. Studiava molto. A dire il vero era difficile trovare qualcosa in cui non fosse competente”, sorride Negri. “Aveva un senso del dovere irrinunciabile. Non lasciava mai spazio a se stesso: metteva sempre in campo tutto quello che aveva. Il punto per lui era la centralità del paziente. Lavorare con lui era bello”.

Una pacatezza, la sua, che sapeva essere autorevole e ironica: “Aveva un senso dell’ironia tutto suo. Verso gli altri, ma anche verso se stesso. Riusciva a cogliere le venature comiche anche nelle situazioni di tensione, e così le scioglieva”, continua Negri. “Ancora prima che qualcuno ci pensasse, era capace di trovare la genialità di un termine, una parola, che stemperasse il momento. Poi però, richiamava subito al lavoro”.

Negri ricorda le lunghe chiacchierate nello studio che lui ed Emmi hanno condiviso, nei momenti di pausa fra un turno e l’altro. Lavoro, ma anche viaggi, cultura, musica e teatro. Quest’ultimo in modo particolare: Emmi era un appassionato e non mancava mai agli spettacoli di prosa del teatro Fraschini, in centro città. “L’ultima volta che l’ho visto è stato lì, prima che chiudesse in seguito ai decreti governativi. Era seduto due o tre file dietro di me. Anche quando non potevamo fermarci a chiacchierare, ci giravamo uno verso l’altro e riuscivamo comunque a salutarci. Un sorriso, un cenno della mano non mancavano mai”.