Società

Coronavirus, il picco e il senso delle parole

di Germano Fiore

Picco. Ma che diabolica parola è picco? Quale sinistro fascino porta con sé, oggi, tra le labbra di tutti? Picco è stata, per me bambino, una parte dell’attrezzatura di una barca a vela: un’asta che parte dall’albero e si staglia lontano per tenere tesa la vela di un optimist. Era davvero una bella parola picco, allora. Era il mare, l’autonomia, la libertà, il silenzio, le regate, la partecipazione. Era Libertas, la divinità romana.

Picco, poi, è diventata per me una montagna: Il Pic du Midi, vetta dei Pirenei sfiorata ogni anno dal Tour de France nella tappa fissa del Tourmalet. Il Pic du Midi è la sede del più antico osservatorio di alta montagna del mondo. Da lì si accarezzano le stelle e la NASA nel 1969 ha mappato la luna. La luna. E picco è così diventata, sempre per me, la speranza di capire qualcosa in più su ciò che ci circonda, il trampolino da cui saltare per inseguire Atena, la conoscenza.

Picco ha fatto, ancora dopo, un breve passaggio nella mia vita durante l’esame di statistica medica. Una noia mortale senza fascino né suggestioni. Poi Picco è scomparsa, per tanti tanti anni. L’avevo dimenticata, confesso. Credevo fosse morta nel mio vocabolario senza neanche una degna sepoltura, ed oggi la ritrovo, cambiata e cambiata di tanto.

Picco è conosciuta da tutti, famosa anzi famigerata. Temuta, attesa, desiderata, come una bella donna che si lascia intravvedere dietro un velo per poi sottrarsi. Tutti la usano, non la conoscono ma la usano. Come uno smartphone che tutti usiamo senza avere idea di come si produca e di che significhi farlo. E picco è la morte.

Picco è per i nuovi contagiati, i contagiati totali, i ricoveri, i ricoveri in terapia intensiva, i deceduti. Picco è portatrice di morte. È Thanatos, non Libertas nè Atena. Il nuovo coronavirus ci fa questo: rovescia sensi, significati, sottintesi, associazioni e simboli attorno ai quali si sono costruite le nostre soggettività. Rompe la catena simbolica che ci fa restare noi stessi nella longitudinalità della nostra esperienza vissuta. Straccia la nostra natura di animale sociale postulata da Aristotele. Uccide Libertas e ottunde Atena, trasformandoci in impauriti statistici che cercano di trovare Thanatos: il picco.

Uomini che cercano, come l’uomo ha sempre cercato, di controllare la morte. SARS-CoV-2 e le bare di Bergamo attaccano la nostra funzionale onnipotenza che ci consente di vivere: dimenticare l’esistenza della morte.

Prima o poi tornerò a sognare un picco che trafigge il sole, con gli occhi chiusi, mentre il sale mi secca la pelle e la boa della bolina non arriva mai. Ma c’è, all’orizzonte. #pauranoidiozianemmeno