Società

Coronavirus, meno male che dicevano ‘vedi Napoli e poi muori’… Tocilizumab, salvaci!

Non avrei mai immaginato di pronunciare in vita mia questa frase salvifica: Tocilizumab, vieni a salvarci! So che il nostro presidente Conte è devoto a Padre Pio, ma con tutto il rispetto posso dire che Tocilizumab batte Padre Pio un virus a zero!

Se questo farmaco dovesse risultare efficace in modo significativo, potete già annoverarmi tra i devoti di Tocilizumab. Dopo la fine di questa pandemia, si spera prima del pandoro (un pandoro pandemico sarebbe troppo) e del panettone, propongo la costruzione di nuove cattedrali dedicate a questo farmaco anti-artrite, al nuovo dio della medicina e della Tecnica, con questo nome a metà strada tra Godzilla, la Carrà e una poesia futurista ZANG ZANG BAM MAB TUCILI ZUM ZUM AMB.

Il farmaco della salvezza possibile viene dall’Istituto dei tumori Pascale con sede a Napoli, si dice vedi Napoli e poi muori? Signori miei, è esattamente l’opposto! A Napoli sta maturando la salvezza, stanno usando un farmaco che potrebbe estubare tutta l’Italia dal respiratore dell’angoscia e dell’incertezza. Questa salvezza ha l’odore del caffè sospeso,
quel caffè che ogni napoletano lascia in sospeso per il prossimo, e il prossimo siamo noi, tutti noi. Ricordatemi di comprare un santino di Maradona, lo so, non c’entra molto, ma anche Padre Pio che cosa c’entra con un Presidente del Consiglio?

Per fortuna Conte ha reso omaggio a Severino andandolo a trovare a casa, da buon avvocato sa gestire sia Padre Pio che Severino, il filosofo della Tecnica, e un uomo che si sa tenere in equilibrio tra gli opposti è l’uomo giusto per questa crisi pandemica, Conte sembra fatto in laboratorio, proprio come questo virus che molto probabilmente non viene dai pipistrelli, come alcuni vorrebbero farci credere, passi Padre Pio ma Batman no, vi prego.

Questo virus, questo maledetto virus, ci ha quasi instillato un retropensiero atroce: i vecchi sono sacrificabili, muoiono i vecchi e per giunta quelli malati. Nella coscienza collettiva vaga questo pensiero: muoiono i vecchi, non è poi così terribile questo virus. E dato che la vita, a modo suo, è perfetta: il farmaco della salvezza possibile è un farmaco anti-artrite. Ecco una lezione da ricordarci per sempre: la salvezza del mondo viene dall’artrite!

La lotta contro l’artrite ci salva dal bieco darwinismo nel quale stavamo sprofondando: la sopravvivenza del più adatto, del più forte, del più giovane, del più sano. No, ci salveremo grazie ai vecchi e grazie a Maradona, ops… volevo dire: Napoli.

Non ci posso credere, sarebbe meraviglioso, voglio il volto di Totò in tutti gli ospedali al posto di Padre Pio, non mi sembra di chiedere troppo: Totò Tocilizumab, così risuona il nome del nostro nuovo Dio! Napoli, “la città del colera”, Napoli salverà il mondo? In questi giorni di clausura, dove ognuno di noi diventa l’artefice del destino mondiale, non dimentichiamoci di santificare la Noia, vergine dell’atto inespresso, e di usare gli abissi della Noia per incontrare quella parte di noi stessi che avevamo messo sotto il tappeto, insieme alla polvere.

Propongo anche al posto dell’ostia una micropizza napoletana, secondo voi sto esagerando col Tocilizumab? Spero proprio di no, lo spero tanto.

Vi lascio con un dialogo fatto col mio amico Marietto, uno scugnizzo d’annata, il dialogo si chiama O’virùs, le pandemie si combattono ogni giorno negli ospedali, con il sacrificio di dottori e infermieri, ma è anche necessario tornare a sorridere, non dimenticarci mai che l’umorismo è la cortesia della disperazione, e che sorridere fa bene al cuore. Forza Napoli!

COVID POESIA

Finalmente la vita si rivela per quello che è,
questa nuda sospensione, questo precipizio
orizzontale, e i giardini si moltiplicano nella
testa slabbrata, i polsi sanguinano nel vuoto.
Ed è tutto come prima, se il prima fosse stato
indagato dall’uomo che va di fretta, che non
ha tempo da perdere, schianto di schianti su
palafitte elettriche di terrore continuo, ma tu,
venerabile maestro, accompagna i miei nuovi
sentieri, trame di tappeti, sbucciature di orologi,
nervi a fior di pesca, stalattiti di ragnatele.
In questa curvatura di tempo, dove la madre
e l’universo sono grembo di ogni grido, tu,
venerata visione, scomponi la tua piramide
sul mio divano, sulle mie lenzuola legate, per
finestre accese di intimità, dove fuga è dentro,
sempre più dentro, nel fitto tenebra di noi.