Cultura

Coronavirus, morto l’architetto Vittorio Gregotti. Addio al grande urbanista che progettò lo stadio di Barcellona e il quartiere Zen di Palermo

Aveva 92 anni. Tra gli altri progetti il teatro degli Arcimboldi di Milano, lo stadio di Genova, il nuovo quartiere residenziale di Shanghai. In una delle ultime interviste aveva detto: "Ormai ci chiedono solo di meravigliare. Ai giovani invece vorrei dire di non allontanarsi dalle nostre radici"

Il coronavirus fa una vittima eccellente: è morto a 92 anni Vittorio Gregotti, il decano degli architetti italiani, urbanista di fama internazionale. A darne notizia è il Corriere.it. Tra le altre cose Gregotti ha progettato gli stadi di Barcellona e Genova e anche il controverso quartiere Zen di Palermo, per il cui fallimento in fase di realizzazione l’architetto ha dato la responsabilità alle infiltrazioni mafiose negli appalti. Porta la sua firma anche il Teatro degli Arcimboldi, a Milano. Uno degli ultimi progetti a cui ha lavorato è stata la ristrutturazione da ex fabbrica del gruppo Ilva a Teatro Fonderia Leopolda, a Follonica, in provincia di Grosseto.

Tra gli altri lavori di Gregotti l’ampliamento del museo d’arte moderna e contemporanea dell’Accademia Carrara a Bergamo, il ponte sul Savio a Cesena, l’acquario municipale Cestoni di Livorno e ancora, più di recente, la progettazione del quartiere residenziale di Pujiang, a Shanghai, il nuovo edificio universitario alla Bicocca, a Milano, e la facoltà di Medicina della Federico II a Napoli. La Triennale di Milano gli ha conferito la medaglia d’oro alla carriera nel 2012.

Appassionato di tutta la cultura (dalla musica sinfonica e lirica alla letteratura, dalla filosofia all’arte figurativa), era diventato un appassionato milanese d’adozione, lui che era nato nel 1927 poco distante, a Novara. Alla fine dell’Expo, per esempio, fu tra chi si raccomandò che l’area dismessa dall’Esposizione fosse subito messa a nuova vita e non lasciata abbandonata. “Per vivere, l’area deve diventare un pezzo di città. Milano sfrutti la grande sfida della Città metropolitana”.

Nell’ultima intervista al Corriere della Sera aveva detto: “Il potere finanziario, che è l’unico che permette di fare grandi cose in architettura, è globale e vuole progetti globali, che vadano bene in ogni parte del mondo, mentre all’architetto ormai si chiede solo di meravigliare, di creare un’immagine la più possibile originale, allontanandoci dalla nostra storia, dalle nostre radici. Ai giovani vorrei insegnare a non essere così, a non avere con i fondamenti dell’architettura un rapporto istintivo, a studiare, a utilizzare bene tutti gli strumenti che oggi hanno a disposizione”.