Diritti

Contraccezione gratis e accessibile? Italia al 26° posto vicina a Turchia e Ucraina. Da consultori depotenziati ai costi: la rivoluzione incompiuta

VERSO L'OTTO MARZO - La ricerca Aidos evidenzia i problemi che rimangono nel nostro Paese nonostante la legge: il costo dei contraccettivi, l’informazione frammentaria e affidata perlopiù ad iniziativa privata, le carenze nel sistema dei consultori. Le Regioni migliori sono l’Emilia Romagna, la Toscana e la Puglia. Le ultime posizioni sono invece occupate dall’Abruzzo, dal Molise e dalla Sicilia

Accesso all’informazione e all’offerta di metodi contraccettivi: l’Italia è tra i paesi con l’indicatore tra i più bassi d’Europa. Lo descrive l’Atlas europeo, indice che sintetizza e compara l’accesso alla contraccezione in Paesi con politiche, sistemi, cultura e risorse differenti, dagli stati Nord europei, alla Russia o alla Turchia. Nel nostro paese il costo dei contraccettivi, l’informazione frammentaria e affidata perlopiù ad iniziativa privata, le carenze nel sistema dei consultori sono i problemi evidenziati da una ricerca di Aidos, la ong che in Italia diffonde i risultati di Atlas europeo. Il dossier è stato presentato da Aidos e dalla rete Pro-choice il 28 febbraio alla Casa internazionale delle donne di Roma.

Contraccezione, la rivoluzione incompiuta
Gli ostacoli alla contraccezione in Italia nel 2020 sono ancora tali da spingere il nostro paese al 26° gradino dei 45 che compongono la classifica dell’Atlas europeo. “Un valore molto lontano da quelli della Gran Bretagna, della Francia o della Spagna e più vicino a Paesi come la Turchia e l’Ucraina”, si legge nel report. Questo nonostante la legge, la norma sui consultori familiari del 1975 e quella sull’interruzione di gravidanza del 1978, prevedano che la contraccezione dovrebbe essere gratuita.La questione è sempre stata affidata alla Regioni, con risultati finora non soddisfacenti. Sara Picchi, autrice della ricerca, spiega quali sono i diversi fattori che contribuiscono all’inadeguatezza della prestazione italiana in questo campo: “La mancanza di informazioni adeguate sulla contraccezione da una fonte accreditata, il costo dei mezzi contraccettivi, il depotenziamento dei consultori, la cultura giudicante sulla salute riproduttiva e l’obiezione di coscienza, non solo contro l’aborto, ma anche contro alcuni mezzi contraccettivi”.

Aidos (Associazione italiana donne e sviluppo) ha cercato di restituire una mappa delle differenze interne al contesto nazionale con uno studio “esplorativo” da cui emerge una “importante variabilità a livello regionale, marcata dall’annoso divario Nord – Sud ma con notevoli eccezioni come quella evidente della Puglia”. Le Regioni che occupano i primi tre posti sono l’Emilia Romagna, la Toscana e la Puglia, con indici Atlas finali rispettivamente dell’88%, dell’81% e del 72%. Le ultime posizioni sono invece occupate dall’Abruzzo, dal Molise e dalla Sicilia, con indicatori pari rispettivamente a 41%, 34% e 33%.

La salute dei consultori? E’ anche la nostra
I consultori sono, o dovrebbero essere, i servizi territoriali dedicati alla prevenzione e quindi anche alla promozione della contraccezione e dell’educazione sessuale. “Aidos ha voluto fare questa indagine per denunciare il depotenziamento dei consultori”, spiega Serena Fiorletta, responsabile comunicazione di Aidos. “I consultori familiari, istituiti nel 1975, sono attualmente depotenziati della teoria, degli approcci e delle politiche che li hanno ideati e resi punti di riferimento; sono infatti scarsamente finanziati e sotto organico, con forti differenze regionali. Bisogna che siano potenziati e finanziati – prosegue Fiorletta. – Chiunque studi ginecologia e ostetricia dovrebbe fare un periodo di tirocinio nei consultori. Questi servizi dovrebbero funzionare sul principio della multidisciplinarietà, dell’offerta attiva, del principio di autodeterminazione. Ce lo ha insegnato il movimento femminista e lo ha messo per iscritto il Progetto obiettivo materno infantile, che è una legge dello Stato”.

L’indagine di Aidos ha coinvolto 132 consultori dei circa 300 a cui è stato inviato il questionario e dei circa duemila (1.944 pubblici e 147 privati nel 2016) mappati dall’Istituto superiore di sanità. “Ottenere le risposte non è stato facile” commenta Sara Picchi. Le difficoltà che ha incontrato la ricercatrice sono associabili a quelle delle e degli utenti nel contattare i servizi: “Gli orari di apertura limitati (alcuni consultori sono aperti solo due volte a settimana), i lunghi tempi di attesa al telefono, i tentativi di chiamata falliti, la scarsità d’informazioni sui siti internet istituzionali sono state le problematicità riscontrate più correntemente”. “Il campione – specifica Picchi – è autoselezionato e non statisticamente rappresentativo, ma è un primo passo ed è uno spunto per ragionare su una possibile indagine sul ruolo dei consultori nell’accesso alla contraccezione e quindi sul loro potenziamento. Non è un caso che sia stata una ONG con uno sguardo internazionale a prendere di petto questo argomento e a metterlo a tema. Un’azione coraggiosa che dovrebbe sollecitare sia le istituzioni che il movimento femminista”.

Le difficoltà di accesso alla contraccezione sono state evidenziate anche dal recente Studio Nazionale Fertilità. Secondo questi dati, riportati nel dossier di Aidos, “le/gli adolescenti hanno una notevole difficoltà di accesso all’informazione sui metodi contraccettivi, il che le/li espone a scelte pericolose. Lasciati in solitudine, l’89% dei ragazzi e l’84% delle ragazze cerca su internet informazioni riguardanti la salute sessuale e riproduttiva; i consultori sono poco conosciuti, il 68% dei ragazzi e il 76% delle ragazze non vi si è mai rivolto”. Rilevante anche il dato sul mancato uso dei contraccettivi da parte degli adolescenti: “il 26% fa ricorso coito interrotto, l’11% il calcolo dei giorni fertili e il 10% non usa alcun metodo”.

La formazione che manca
Ad indicare un tema di cui poco si parla, quello della formazione dei medici sul counseling contraccettivo, è Marina Toschi, ginecologa della rete Pro-choice, durante la presentazione della ricerca: “Sarebbe molto utile lavorare alla formazione dei medici di medicina generale che possono favorire o contrastare la contraccezione ormonale in modo attivo, visto che sono loro che prescrivono gli estro-progestinici dopo la prima prescrizione che generalmente fa il/la ginecologa. Nei sei anni di medicina questa esperienza sul counseling contraccettivo è assente e spesso anche nei 3 anni x la specializzazione in medicina generale. Loro e le ostriche e le/gli infermieri e soprattutto i ginecologi dovrebbero avere un periodo obbligatorio di tirocinio in consultorio per apprendere come si fa una consulenza contraccettiva. I ginecologi devono imparare anche ad inserire le spirali e i contraccettivi sottocutanei. I consultori devono essere valutati con indicatori chiari come il numero di IUD (spirale a rilascio ormonale) inserite in un anno di lavoro. Quella è la tipica contraccezione che deve fare il consultorio visto che i medici di medicina generale e le ostetriche in Italia non possono farlo”.

Il costo dei contraccettivi è un ostacolo
Il costo dei contraccettivi è una parte rilevante del problema. “Una confezione di profilattici può costare sino a 15 euro, mentre il diaframma costa circa 40 euro, ma è ormai difficile da acquistare, come è difficile trovare chi possa spiegarne l’inserimento e il corretto utilizzo. Nel settore privato i costi di una spirale possono arrivare persino a 400 euro; esistono delle strutture che la inseriscono gratuitamente, ma la maggior parte dei consultori non offre questo servizio. Anche la contraccezione ormonale ha un costo elevato e dal 2016 non è più rimborsabile dal Sistema Sanitario Nazionale”.

Solo Puglia, Emilia Romagna, Toscana e Piemonte hanno disposto tramite delibera un sistema di gratuità per alcune fasce di popolazione individuate per età e per reddito. La petizione per la gratuità della contraccezione lanciata nel 2018 da un comitato di specialisti della salute sessuale e riproduttiva continua a raccogliere firme, attualmente sono circa 80.000. Ma è rimasta tutt’ora senza risposta da parte delle titolari che si sono succedute al Ministero della Salute. Nel corso dell’incontro Sandra Zampa, sottosegretaria di Stato al Ministero della salute, ha affermato che il Ministro è sicuramente interessato alla medicina di genere e alla salute riproduttiva e non appena sarà diminuita la pressione dell’emergenza sanitaria in corso gli sottoporrà questi dati.