Politica

Coronavirus, la lettera di scuse di Zaia all’ambasciatore cinese: “Non volevo offendere, parlavo delle differenze di costumi”

Il governatore si dice "dispiaciuto" per le sue dichiarazioni ad AntennaTre, in cui suggeriva che le abitudini dei cinesi sarebbero all'origine della pandemia. "Non è nel mio stile aggredire, sono io il primo a dire che la Cina ha fornito una grande prova di fermezza". Però non nega che una questione legata all'alimentazione esista

Luca Zaia chiede umilmente scusa al miliardo e quasi 400 milioni di cinesi. E ammette: “Quando si sbaglia, si sbaglia”. Colpa, dice, della stanchezza accumulata in una settimana di iper-attività (anche mediatica) sul fronte dell’emergenza coronavirus quella frase sui “cinesi che mangiano i topi vivi” e le cui abitudini sanitarie e alimentari sarebbero all’origine della pandemia influenzale.

Ecco alcuni passaggi della lettera che ha inviato all’ambasciatore Li Junhua, partendo dall’incipit: “Sono davvero dispiaciuto per quanto accaduto. Le scrivo non per accampare scuse: quando si sbaglia, si sbaglia. E a nulla valgono giustificazioni basate sulla stanchezza accumulata in questi giorni di grande tensione o sulla frettolosità di esposizione di concetti e di ragionamenti assai più articolati svolti nei giorni precedenti – senza peraltro suscitare polemiche – in molte sedi pubbliche e a molti organi di stampa”.

Siccome ciò che ha dichiarato è fedelmente registrato nell’intervista all’emittente Antenna Tre, non può negare le parole. Cerca quindi di articolare una spiegazione. “Le mie osservazioni erano e sono relative alla diversità di contesti nei quali il virus si trova ad agire, facilitato in particolare dalle differenti norme igieniche e dai protocolli alimentari identificabili in Cina e in Italia. Ho, più semplicemente, sottolineato le differenze di usi e costumi, così come avrei potuto sottolineare le differenze fra noi e alcuni paesi europei, fra la stessa Europa e gli Stati Uniti, fra la Ue e il Giappone, e cosi via…”.

Poi rende onore al popolo cinese: “Signor Ambasciatore, non è mio stile e mio costume, mia abitudine e modalità espositiva, aggredire e sottolineare diversità di pelle, di religione, di genere, di scelte sentimentali. Sono io il primo a dire che la Cina, Governo e popolo, in queste settimane hanno fornito una grande prova di fermezza, resistenza e determinazione nel combattere il virus. Una lotta per proteggere tutto il mondo, non soltanto la Cina”. Però non nega che una questione legata all’alimentazione e ai mercati in cui si vendono animali esista. “So – è di pochi giorni fa la decisione del Comitato Permanente del 13° Congresso Nazionale del Popolo di vietare consumo e commercio illegale di animali selvatici – che in Cina esiste un grosso problema di rispetto di regole igienico-sanitarie e di sicurezza alimentare nei mercati locali – che non riguarda, tuttavia, le grandi città come Pechino, Shanghai e le aree metropolitane – in cui vengono messi in vendita capi vivi e morti senza alcun controllo”. Ed eccoci alla frase incriminata: “Abbiamo constatato e apprezzato come il governo cinese abbia avuto mano fermissima nel bloccare questa possibile causa di diffusione del coronavirus. Volevo, con quella mia frettolosa osservazione, dire esattamente questo. Nulla di più”.

La conclusione è affidata allo slogan zaiano degli ultimi giorni, secondo cui i mass-media stanno esagerando la portata dell’epidemia. “C’è un aspetto di cui entrambi i nostri popoli sono vittime, a fronte di questa minaccia globale che dobbiamo fronteggiare insieme: quello della cosiddetta ‘pandemia mediatica’, come l’ho definita in più occasioni. È innegabile che, già molte settimane prima che il virus dilagasse in Italia e in Europa, sui social di tutto il mondo siano apparse fake-news e video che hanno attribuito al Suo popolo nefandezze e negligenze di ogni tipo. È questo il substrato su cui ha poggiato il panico che tanto male sta facendo al Veneto e alle sue economie. Mi fermo qui, Signor Ambasciatore. Ribadisco che non volevo offendere nessuno“. Si riferiva, ad esempio, al video della ragazza che mangia un pipistrello. Ma non lo scrive. Altrimenti il caso non si chiude più.