Cinema

L’hotel degli amori smarriti, una finestra di fronte (più Hitchcock che Ozpetek) per una sensuale ed energica Chiara Mastroianni

Se non avete mai visto un film diretto da Christophe Honoré – situazione peraltro altamente probabile vista la pressoché inesistente distribuzione dei suoi film in Italia – L’hotel degli amori smarriti (in originale il più significativo Chambre 212) è un buon compendio di un lavoro “autoriale”, eclettico, metafilmico, che si è strutturato in maniera stilisticamente ed esteticamente marcata nell’ultimo ventennio. Intanto che succede in questo Hotel degli amori smarriti, anzi nella camera d’albergo 212? Beh, è il luogo fisico e onirico dove si è rifugiata Maria (Chiara Mastroianni) dopo che il marito Richard (Benjamin Biolay/Vincente Lacoste) ha scoperto il suo ennesimo tradimento. Colpevole qualche messaggino su WhatsApp e lo smartphone finisce nella lavatrice.

Vent’anni di matrimonio saltano in un amen, ma non in maniera melodrammatica o tragica da pianti e piatti in testa. Semmai sempre con quel tono ironico e surreale che Honoré (autore anche dello script) offre alle sue partiture svolazzanti e amorose da tempo. Dicevamo della stanza d’albergo. Ebbene, la camera 212 alla fine è letteralmente dall’altra parte del marciapiede rispetto alla casa dei coniugi. Una finestra di fronte, più Hitchcock che Ozpetek, da cui ipoteticamente i due potrebbero osservarsi. Invece è lo spettatore a seguire il buffo, destrutturante percorso di memoria e rimosso vissuto principalmente da Maria. Honorè abbatte materialmente soffitti e prospettive di sguardo lineari, scavando nel passato sentimental-sessuale della protagonista, ripopolando il set fittizio d’interni con amanti dell’epoca, un marito ringiovanito con cappotto spinato, madre e nonna devastanti (“hai battuto il record di cinque generazioni familiari, ti sei scopata mezza Francia”, le dicono), figlio neonato, amante pianista di Richard (la bravissima Camille Couttin di Dix pour cent), principio di “volontà” con le sembianze di un farlocco Charles Aznavour, per esplorare con vivacità alleniana dei tempi d’oro una universale trama di coppia che scoppia.

Come dicono i critici francesi Honoré è parecchio “flamboyant”, nel senso che arricchisce il quadro di una coloritura cromatica accesa che si mescola con il ritmo e la presenza tutta elettrizzata e sulle punte dei suoi personaggi. Ma è nella dimensione finzionale, proprio in un discorso filosofico di una estetica forte del trucco esibito del set che Honoré lascia il segno e in qualche modo ha pure creato curiosi epigoni sempre oltralpe. C’è poi un discorso preciso da fare su Chiara Mastroianni, una habitué del set di Honoré, che qui diventa specchio e prisma di un’apparente dissoluzione morale-sentimentale individuale ma che in realtà è presenza energica e sensuale, femmina dominante rispetto al maschio, nel tourbillon dei divertenti sensi di colpa che travolge entrambi i coniugi. Oltretutto Honoré sceglie di avere solo lei come attrice ad interpretare Maria, sia da adulta che da ragazza (di attori ne utilizza invece due, qui anche parecchia inferiorità del maschio), e la fa spogliare, denudare, accoppiare con un garbo e un erotismo che fanno ben oltre mezzo film. In sala dal 20 febbraio grazie ad Officine Ubu.