Politica

Regionali 2020, ridiamo la Liguria ai liguri!

I giochi di potere nazionali certificano costantemente l’avvenuta marginalizzazione economica, logistica e ovviamente politica della Liguria. E la vicenda delle imminenti elezioni regionali ce ne forniscono l’ennesima riprova.

Mentre a Roma governa una compagine di centro-sinistra (nella sua versione “allargata”), a tale schieramento e a nessuno dei titani che lo guidano sembra interessare l’attuale assetto che regge la Regione che fu uno dei poli dell’industrializzazione nazionale. Finita in mano a una Destra chiacchierona e inconcludente; soprattutto battibile, se solo ci fosse la necessaria determinazione nell’abbracciare strategie plausibili. E magari a portata di mano.

Invece da mesi assistiamo alla giostra delle candidature che si susseguono, in un risibile tiro al piccione, promosse dal locale fronte che si vorrebbe anti-sovranista; le dense fumisterie su chi è davvero gradito a Sant’Ilario o può esibire analisi del sangue che ne certifichino l’appartenenza al gruppo “purissima società civile”.

Con il bel risultato che la gente di Liguria finisce per essere espropriata persino della possibilità di partecipare autonomamente alla partita elettorale, operando scelte non inquinate da giochi esterni. Il sacrosanto diritto a una politica ligure fatta da e per i liguri. Quanto si direbbe impossibile finché tali giochi passeranno sulla testa degli abitanti, rispondendo a logiche loro estranee e a disegni del tutto strumentali. Magari maturati nel suk della politica politicante romana.

Situazione riproducibile in favoletta – ispirata a un accreditato teorema – utile a spiegare l’amletismo che prevale nel gruppo dirigente di quello che era stato per decenni il perno di ogni maggioranza, a Genova e nella regione: il Pd fu Pci.

La storia di quanto – al tempo della Prima Repubblica – veniva chiamata un’intentona (ossia il golpe abortito).

Infatti cera una volta un invecchiato giovane di negozio – paggio Urlando – che brigava per fare le scarpe al suo capo, mastro Zingarello. Il momento giusto sembrava essere un imminente e particolarmente delicato appuntamento di lavoro a Tortellinia, il primo e più importante mercato regionale della loro bottega.

Purtroppo per il paggio, le cose a Tortellinia risultarono andare inaspettatamente per il meglio e mastro Zingarello – tornato vincitore e consigliato dall’eminenza grigia Bettinetto – pensò di liberarsi dell’infido Urlando. L’astuzia fu quella di promuoverlo per rimuoverlo, offrendogli un ritorno presidenziale nella sua terra d’origine. Sotto il passo del Bracco. Che in realtà avrebbe significato una messa da parte, vista lo scarsissimo apprezzamento che gli riservavano i conterranei. Per evitare questo destino carico di minacce, fu necessario mettere in campo un marchingegno: trovare il sostituto che lo sgravasse dall’inevitabile tracollo. E costui fu individuato nell’ingenuo scrivano Flessuccio, che non si accorgeva di essere usato dal paggio spregiudicato. Intanto, persi in questi sterili giochi, tutti loro non si accorgevano che una banda di magliari lumbard si era ormai impadroniti del banco.

Questa la favola. Poi non così lontana dalla realtà, visto che i protagonisti effettivi sono funzionari cresciuti alla scuola del macro-cinismo togliattiano, ingrigendo o perdendo i capelli nelle opache penombre dei corridoi di partito. Laddove era persino in auge trattare le persone alla stregua di “utili idioti”, secondo la brutale espressione attribuita a Vladimir Ilic Uljanov, in arte Lenin.

Si può solo osservare che questo rigurgito di paleo-leninismo ferisce ancora una volta la gente di Liguria, ridotta al ben misero ruolo di cavie per inconfessabili esperimenti.