Politica

Un proposito politico per il 2020? Che lo Stato trovi il coraggio di governare l’economia

Esiste un’agenda di priorità per il nuovo anno che vada oltre le contingenze della cronaca politica? Per i diversi pezzi della coalizione di governo, la preminenza è stata quella di piazzare la propria bandierina sui provvedimenti presi nell’ultimo Documento di economia e finanza (Def). Per l’opposizione sovranista sono priorità i bandi di esclusione, quel “prima gli italiani” buono a regolare la guerra tra gli ultimi.

Entrambi gli atteggiamenti, di maggioranza e di opposizione, sono schegge di una realtà malamente dominata. La navigazione a vista che assilla le nostre classi dirigenti (un male diffuso nell’Occidente) punta al conseguimento di piccoli risultati nel breve periodo, rinunciando a elaborare una visione prospettica del Paese per i prossimi anni.

Questo aspetto si riflette su una forte mobilità delle preferenze elettorali. Dal 2013 è cambiato per tre volte il partito con la maggioranza relativa: il Pd, poi nel 2018 il Movimento Cinque stelle, infine la Lega nel 2019. La rincorsa al consenso sul breve periodo è divenuta il riflesso della volatilità nelle scelte di voto, con spostamenti repentini tra opzioni politiche opposte. In un periodo così ristretto, la mobilità elettorale non è frutto della salute della democrazia, ma semmai del suo contrario.

Soprattutto dalla crisi economica del 2008, le classi dirigenti hanno preferito soluzioni tampone dinanzi alle sfide che si sono presentate. Questa incapacità di intervenire si è nascosta dietro risposte come “è colpa dell’Europa“, “la globalizzazione ci lega le mani”, “l’ammontare del nostro debito pubblico non ci permette nessuna manovra”. Tre comode giustificazioni, fra le altre, per lasciare pericolosamente degenerare il tessuto economico civile della nazione.

L’acritica accettazione di un’economia governata da un mercato senza timone ha eroso la funzione della democrazia come naturale correttivo di politiche inique. Nella stessa misura le forti oscillazioni di consenso sono frutto del mercato altalenante, capace in poco tempo di aprire e chiudere prospettive, minando impieghi e posizioni consolidate. La vera cessione di sovranità non è soltanto legata al passaggio di competenze dallo Stato agli organismi internazionali, ma si è tradotta in una rinuncia a intervenire sull’economia lungo gli ampi margini ancora a disposizione.

Oltre al ricorso alla leva fiscale, andrebbe considerata l’imposizione di un salario minimo che consenta un’esistenza dignitosa. Il lavoro deve sganciare l’individuo dalla condizione di povertà: soltanto in questo modo le politiche di occupazione hanno un impatto reale, senza ridursi a un fittizio abbellimento di statistiche temporanee.

L’agenda politica e le strategie di comunicazione conseguenti dovrebbero porre in evidenza le storture del sistema, sollecitandone una profonda revisione. Va sempre sottolineato che le eccessive concentrazioni di ricchezza hanno come corrispettivo l’aumento delle fasce di povertà. Dagli anni Ottanta le politiche neoliberiste hanno progressivamente allargato la miseria riducendo drasticamente le possibilità di ascesa sociale degli individui.

Una crescita economica equilibrata non può che passare dalla riduzione delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito. L’Antitrust si dovrebbe occupare, oltre che del mantenimento della competitività nel mercato interno, anche della crescita della forbice fra i redditi. In prospettiva, una delle forme più efficaci per stabilizzare un sistema è garantire un accesso diffuso alla proprietà.

La faticosa uscita dalla crisi del 2008 è stata proprio legata alla rinuncia (non all’impossibilità) di intraprendere politiche sociali capaci di reinserire nel ciclo economico chi ne è rimasto fuori. Non è assistenzialismo a fondo perduto, ma crescita equa che salvaguarda la dignità degli individui e l’essenza delle nostre democrazie.