Diritti

Con Odiare ti costa abbiamo fatto pagare chi diffama online. Ora però serve una legge

Sono da poche ore rientrata da Bruxelles. Partita da Bologna a mani vuote, me le ritrovo adesso entrambe occupate. In una ho una targa, sopra c’è scritto “Miglior avvocato pro bono d’Europa 2019”. Nell’altra una seconda targa: “Community’s Choise 2019”.

No, non è autocelebrazione. Cioè, mentirei se dicessi che non ho il cuore gonfio d’orgoglio, ma non è questo il punto.

La ragione principale per cui l’organizzazione no profit “The Good Lobby” ha voluto premiarmi con questi due riconoscimenti è il lavoro che in questi mesi ho svolto assieme ad altri amici e colleghi soprattutto sul fronte della lotta all’odio. Una battaglia quotidiana che a luglio scorso ha preso vita in un’associazione che ha preso il nome di “Odiare ti costa” e che punta a costruire nella società un utilizzo più consapevole dei social.

Si sa, alcune di queste piazze virtuali, Facebook e Twitter su tutti, sono diventate degli sfogatoi dove milioni di persone riversano litri di bile e tonnellate di violenza verbale su chiunque dica, pensi o faccia qualcosa che a loro non vada a genio. Non c’è più spazio per il confronto, nulla è concesso al dibattito, ai toni civili è stato revocato il diritto d’asilo.

Il problema, in tutto questo, è che dall’altra parte dello schermo non ci sono degli avatar, ma delle persone. E certe parole, che arrivino dal vivo o per altra via, hanno lo stesso impatto sulle loro menti e i loro cuori. E creano le stesse conseguenze: paura, dolore, sofferenza.

Per tutelare le sempre più numerose vittime da tutto questo abbiamo fondato Odiare ti Costa, con l’obbiettivo non solo di provare a “educare” a un nuovo uso dei social, ma anche allo scopo di ricordare alle vittime che se lo vogliono possono reagire e difendersi, anche in tribunale. E chiedere ai giudici non tanto un mese o due mesi di condanna per i loro carnefici (sanzioni spesso appuntate al petto come medaglie), ma soldi: un risarcimento in denaro per il danno subito. Come quando si tampona un’auto, per intenderci.

Perché siamo convinti che solo mettendo mano al portafoglio e risarcendo le vittime con denaro sonante l’odiatore per realizzare davvero che le sue parole hanno effetto sulla realtà. E che deve aspettarsi una reazione, d’ora in poi, dalle proprie vittime.

Ovviamente già da subito, assieme all’entusiasmo per la nostra iniziativa, sono partite anche le levate di scudi: “Volete imbavagliarci”, “volete limitare la libertà d’espressione” e così via.

Ciò che ignora chi muove queste critiche (consapevolmente o meno) è che la nostra Costituzione e la nostra legge non tutelano solo la sacrosanta libertà di espressione: ma anche il diritto di ogni cittadino a veder tutelata la propria immagine e il proprio onore.

Per cui, alla libertà di espressione, esistono già dei limiti. E quei limiti si chiamano articoli del codice penale. Ogni qualvolta il tuo diritto a esprimerti liberamente invade il mio diritto alla dignità umana e all’immagine, allora il “diritto invasore” diventa altro. Diventa reato. Diventa diffamazione, ingiuria, calunnia, hate speech, bullismo, e così via. E i reati si pagano. Nulla di più, nulla di meno.

C’è perfino chi ha sostenuto che Odiare ti Costa miri a sopprimere il sentimento d’odio: come se fosse possibile per noi o per chiunque sopprimere un sentimento per decreto. L’odio è uno stato d’animo, non è mai fuori legge ed è pienamente legittimo provarlo. Io ad esempio odio i canditi. Ma quando noi parliamo di odio non intendiamo il sentimento, ma la sua manifestazione in atti (verbali, fisici, psicologici) che danneggiano le altre persone. Ecco questo no, questo non è legittimo, non è sano e non è normale.

Così come non è normale che in Italia, nonostante questo clima e nonostante il modo di comunicare e di relazionarsi sia stato completamente stravolto dall’arrivo di Internet e dei social, non esista. Può sembrare assurdo, ma noi una legge contro i reati di odio che si manifestano in queste nuove forme non l’abbiamo. E serve, serve urgentemente.

Per questo abbiamo lanciato una petizione online per raccogliere quante più sottoscrizioni è possibile, affinché la nostra richiesta in Parlamento ci arrivi con il peso dovuto. Al momento su Change.org abbiamo raccolto più di 60mila sottoscrizioni. Sono tante, ma non basta. Più saremo più il Parlamento avrà cognizione di quale sia l’urgenza per tanti cittadini di un intervento legislativo, di uno scudo che protegga le vittime e disincentivi i carnefici ad essere tali. Spesso nemmeno, se vogliamo, consapevolmente. Perché tanti, quando scoprono d’essere denunciati, scoppiano in lacrime e realizzano d’aver fatto del male ad altri senza che questi lo meritassero. Dicono “non ero io, non ero in me, non è da me. Non so perché l’abbia fatto. Chiedo scusa”. Solo che in quei casi le scuse, spesso davvero sincere, arrivano tardi: e alle vittime dell’odio se ne aggiungono altre. Un circolo vizioso da fermare il prima possibile.