Società

Il legame tra perdita del lavoro e suicidi è acclarato. E lo Stato dovrebbe porsi il problema

Le aree tematiche attorno alle quali la componente pentastellata del governo sta lavorando per il prosieguo della legislatura possono, se indagate con una prospettiva capace di legare la politica alla clinica, mettere mano a questioni essenziali per il tessuto sociale del paese sino a questo momento trascurate. Prima tra tutte il legame, oggi acclarato, tra perdita del lavoro e salute mentale. Perdere il lavoro, oggi, può costituire un evento traumatico con conseguenze psicologiche da non sottovalutare.

Già nel 2012 il Rapporto Osservasalute fotografava un aumento sensibile dell’uso di psicofarmaci “come effetto anche di un disagio scatenato dalle difficoltà socio-economiche”, e un aumento dei suicidi per perdita dell’impiego stimato in un più 20%.

Un trend che, secondo l’Università degli studi LinkLab, non accenna a diminuire anche nel 2016. A tutt’oggi la perdita del lavoro non viene più considerata un co-fattore, ma causa diretta di azioni suicidarie. Si uccidono imprenditori, dipendenti, titolari di aziende colpite dal sisma, operai avvisati della imminente delocalizzazione tramite un sms.

Uno stato di inattività protratto nel tempo alimenta la convinzione che non sarà più possibile trovare un’occupazione, tramutando il domani in un orizzonte precluso. La perdita progressiva della speranza, il senso crescente di inutilità sociale conducono a un isolamento che può sfociare nell’abbassamento del tono dell’umore, stati depressivi, desiderio di chiudere i rapporti col mondo.

Condizioni nelle quali è facile cadere nel tranello della ricerca di falsi strumenti di sostegno come l’alcool, le sostanze stupefacenti, il cibo, il gioco d’azzardo. Tuttavia togliersi fisicamente la vita costituisce solo la punta dell’iceberg di una modalità di arrendersi che tanti operai e liberi professionisti mettono in atto. Molto più diffusa è la strada che conduce a divenire un “invisibile sociale“, colui il quale cioè, dopo tanta ricerca, cessa di chiedere aiuto, opera un ritiro sociale drastico, cadendo vittima di dipendenze di vario tipo, su tutte quella da psicofarmaci.

Dunque per alcuni pazienti che in studio confessano di aver pensato di farla finita, ma di non averne avuto il coraggio, tanti altri giungono dopo aver constatano l’inefficacia di questi rimedi. In molti casi sono invece i familiari a telefonarci allarmati da un congiunto che da diversi mesi non esce più di casa, o lascia presagire nefasti proposti di fine vita.

Quando avvengono licenziamenti massicci o importanti delocalizzazioni il legislatore dovrebbe imporre al datore di lavoro l’obbligo di sondare la fragilità di alcuni dipendenti, più esposti a conseguenze nefaste e per i quali la situazione economica attuale è più pericolosa, in quanto mette in luce e spoglia una condizione di vulnerabilità che il lavoro teneva compensata.

Il secondo elemento da indagare e affrontare con modalità radicalmente diverse rispetto al passato, anch’esso bisognoso di un legame tra la clinica e la politica, riguarda il cosiddetto “male oscuro” che attraversa le forze dell’ordine, testimoniato da ormai troppo frequenti casi di cronaca che raccontano di suicidi all’interno delle caserme. L’ultimo accaduto proprio stamattina.

Mi sono occupato di disturbo post-traumatico in questa rubrica, una delle tante forme con le quali un disagio di ampio spettro che interessa gli appartenenti alle forze dell’ordine si manifesta. Per coloro i quali soffrono di disturbo post-traumatico da stress è necessaria un’adeguata assistenza psicologica, che deve gioco forza passare dal riconoscimento di tale patologia come malattia professionale e invalidante, stante il lamento di chi, oggi, manca di questo aiuto, come dolorosamente testimoniato in un documentario delle Iene.

Non solo Dpts, ma stress e sindrome da burnout sono oggi patologie che necessitano, forse, di luoghi e modalità di ascolto diversi da quelli che vengono erogati, pensando e favorendo interventi da parte di professionisti slegati dal mondo militare, capaci di garantire al contempo professionalità e anonimato. Chi lavora nelle forze dell’ordine appartiene a una struttura gerarchica che sovente non vuole o riesce a infrangere confessando le proprie debolezze. Lo Stato deve porsi il problema di come affinare in tal senso la propria capacità di aiuto e prevenzione.