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Afghanistan Papers, dalla corsa all’Iraq al mancato dialogo con i Taliban, fino alla fiducia data al Pakistan: gli errori di Bush e Obama

Nella seconda parte dell'inchiesta pubblicata dal Washington Post che ha avuto accesso a 2mila pagine di documenti e interviste a funzionari e ufficiali dell'esercito vengono svelati i dubbi dei protagonisti sulle direttive dei Comandanti in capo riguardo all'operazione per smantellare il terrorismo nel Paese asiatico

“All’inizio, la logica per l’invasione dell’Afghanistan era chiara: distruggere al-Qaeda, rovesciare i Taliban e impedire una ripetizione degli attacchi terroristici dell’11 settembre. In sei mesi, gli Stati Uniti avevano già raggiunto l’obiettivo. Molti dei leader di al-Qaeda e dei Taliban erano morti, catturati o nascosti. Ma poi il governo ha commesso un errore fondamentale che ripeterà ancora e ancora nei prossimi 17 anni, espandendo la missione originale. Il risultato: un conflitto impossibile da vincere, senza via d’uscita”. La seconda parte degli Afghanistan Papers, l’inchiesta pubblicata dal Washington Post sulle menzogne delle ultime tre amministrazioni americane riguardo ai fallimenti nella guerra in Afghanistan, scava tra le 2mila pagine di documenti riservati e interviste a ufficiali e funzionari Usa e mette in luce gli errori nei rapporti con i Taliban, i giudizi sbagliati sul ruolo regionale del Pakistan e la scelta suicida di avviare, dopo appena due anni, un altro conflitto che toglierà risorse alla missione nel Paese: la guerra in Iraq del 2003.

Il primo e fatale errore, scrive Craig Whitlock, il reporter autore dell’inchiesta, è stato commesso dall’amministrazione Bush pochi mesi dopo aver posato gli scarponi sul terreno afghano. In seguito ai primi successi militari, tra il 2001 e il 2002, con numerosi capi della guerriglia uccisi o catturati, il presidente americano, invece di dichiarare compiuta la missione e limitarsi a portare avanti la caccia a Osama bin Laden, decise di lasciare nel Paese migliaia di militari, ampliando l’operazione dando la caccia ad altri sospetti terroristi. Allo stesso tempo, però, iniziò a pianificare l’invasione dell’Iraq e il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, progetto che presto attirò le attenzioni, e le risorse, dell’amministrazione a stelle e strisce.

“Si deve invadere un Paese alla volta – ha dichiarato ai funzionari del Sigar James Dobbins, ex inviato speciale in Afghanistan durante le amministrazioni Bush e Obama – Dico seriamente. (Operazioni del genere, ndr) Richiedono molto tempo e un alto livello di attenzione, farne più di una può sovraccaricare il sistema”. Ed è quello che è successo, secondo quanto riferito da ufficiali e funzionari.

Con la presidenza Obama, nel 2009, la strategia cambia, ma diventa più radicale e, soprattutto, si concentra più sull’Afghanistan rispetto a quella messa in campo da Bush: via i militari dall’Iraq (ritiro conclusosi nel dicembre 2011) e via a una massiccia operazione contro il radicalismo in Afghanistan, con l’impiego di 150mila uomini della coalizione Nato e delle deadline molto più strette per il raggiungimento degli obiettivi. “Ci sono state diverse tesi errate in questa strategia – ha dichiarato Bob Crowley, ex colonnello dell’esercito -: che l’Afghanistan fosse pronto per la democrazia da un giorno all’altro, che la popolazione avrebbe sostenuto il governo in breve tempo, che aumentare tutto fosse meglio”.

La guerra ad al-Qaeda diventata una battaglia contro i Taliban
“Perché abbiamo considerato i Taliban come dei nemici quando siamo stati attaccati da al-Qaeda? Perché volevamo sconfiggere i Taliban?”, ha chiesto durante le interviste Jeffrey Eggers, un ufficiale dei Navy Seal in pensione. I primi successi militari hanno convinto Bush che dialogare con gli Studenti coranici non fosse necessario, che tutto poteva essere risolto sul campo di battaglia, velocemente. “Un grave errore che abbiamo commesso è stato trattare i Taliban allo stesso modo di al-Qaeda – ha detto Barnett Rubin, un accademico americano esperto di Afghanistan che all’epoca era consigliere delle Nazioni Unite – I principali leader Taliban erano interessati a dare una possibilità al nuovo sistema, ma non abbiamo dato loro una possibilità”. Solo nel 2018 gli Usa hanno avviato colloqui ufficiali con i capi Taliban, guidati dal capo missione per la riconciliazione afghana, Zalmay Khalilzad.

Proprio il diplomatico americano, sentito nel 2016, ha dichiarato che rifiutando di sedersi al tavolo con il gruppo estremista afghano l’amministrazione Bush potrebbe aver gettato al vento la possibilità di concludere la guerra in tempi brevi: “Forse non siamo stati abbastanza abili o saggi da contattare i Taliban prima, forse perché pensavamo che fossero stati sconfitti e che dovevano essere assicurati alla giustizia, invece di trovare un accordo con loro”.

Pakistan, un falso amico
Nello scacchiere afghano, il doppio gioco del Pakistan ha ricoperto un ruolo determinante per il proseguo del conflitto. Mentre offriva campo libero alla Cia per le operazioni nel Paese e dava l’ok all’uso dello spazio aereo, l’ex presidente Pervez Musharraf, si legge, offriva sostegno alle truppe Taliban: “A causa della fiducia personale in Musharraf e di ciò che continuava a fare per aiutare la polizia a combattere al-Qaeda in Pakistan, non è stato possibile percepire il doppio gioco dalla fine del 2002 all’inizio del 2003” , ha detto Marin Strmecki, un consigliere senior dell’allora Segretario della Difesa, Donald Rumsfeld.

L’Iraq e l'”abbandono” dell’Afghanistan
Nei mesi che hanno preceduto l’operazione Iraqi Freedom, l’attenzione del presidente Bush, rivelano diverse interviste, era tutta concentrata sul regime di Saddam Hussein, mettendo così da parte la missione in Afghanistan. “All’epoca guardavo all’Afghanistan e pensavo che potevamo risolvere questo problema in un modo diverso dall’uccidere le persone, perché era quello che stavamo facendo e ogni volta che tornavo lo stato della sicurezza era sempre peggiore”, ha detto il maggiore Edward Reeder, comandante delle Operazioni speciali.

Con la nuova amministrazione Obama le cose sono cambiate, ma non hanno portato a dei sostanziali miglioramenti. Il nuovo presidente aveva ripetutamente dichiarato che l’obiettivo della guerra era “interrompere, smantellare e infine sconfiggere al-Qaeda”. Ma la prima bozza della revisione strategica non menzionò nemmeno l’organizzazione fondata da bin Laden, perché il gruppo era quasi scomparso dall’Afghanistan, secondo quanto dichiarato da un funzionario Nato. “Nel 2009, la percezione era che al-Qaeda non fosse più un problema. Ma l’unica ragione per essere in Afghanistan era al-Qaeda. Quindi la seconda bozza l’ha inclusa”.

Obama, inoltre, ha imposto una scadenza alla missione e ha detto che le truppe avrebbero iniziato a tornare a casa in 18 mesi: “Due giorni prima che il presidente facesse il discorso, una domenica, ci chiamarono tutti per dirci che dovevamo recarci nello Studio Ovale quella sera perché il presidente potesse presentare ciò che avrebbe annunciato due sere dopo – ha dichiarato il generale dell’esercito David H. Petraeus, a quel tempo capo del Comando Centrale degli Stati Uniti – Ce lo hanno esposto e poi ci è stato chiesto ‘va tutto bene?’. Tutti dissero di sì. È stato un prendere o lasciare”.

Anche l’amministrazione Obama, nonostante i proclami, non si è dimostrata molto aperta al dialogo con i Taliban. In pubblico si chiedeva la “riconciliazione” tra il governo afgano e i leader degli insorti, ma Rubin, favorevole ai colloqui, ha raccontato che il Segretario di Stato, Hillary Clinton, era “molto riluttante”: “Le donne sono una base elettorale molto importante per lei e non potrebbe contare su di loro facendo affari con i Taliban. Se vuoi essere la prima donna presidente, non puoi sollevare alcun dubbio sulla tua fermezza in tema di sicurezza nazionale”.