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Cile, il popolo si ribella al neoliberismo. Ed entra di nuovo in guerra col suo governo

A suo tempo i sicofanti del neoliberismo avevano indicato nel Cile una “success story”. Ovviamente si dimenticavano in genere di ricordare che il Paese latinoamericano in questione era divenuto una terra di sperimentazione delle dottrine dei Chicago Boys e del Consenso di Washington dopo che un golpe sanguinoso, condotto dal generale Pinochet per conto dell’oligarchia interna e degli Stati Uniti, aveva spazzato via ogni forma anche più blanda di democrazia e prodotto migliaia e migliaia di morti e di desaparecidos e milioni di esiliati.

A conferma del rapporto storicamente esistente fra capitalismo e fascismo e della reciproca incompatibilità tra capitalismo e democrazia. O meglio, quest’ultima si può tollerare a condizione che non entri in contraddizione con il primo. Se, come era successo in Cile con il governo di Unidad Popular, si comincia a mettere in discussione il capitalismo e il tradizionale rapporto di subordinazione tra America Latina e Stati Uniti, ogni mezzo diventa lecito per stroncare questo processo. E in Cile si era ricorso alla repressione armata delle forze sociali e politiche, pur maggioritarie, che volevano dare realizzazione effettiva ai diritti umani, come quello di ogni bambino al suo latte quotidiano, e alla democrazia che cominciava a concretizzarsi nei consigli operai e di quartiere, così come nelle aspirazioni di contadini e indigeni alla riforma agraria.

Tutto ciò avveniva nei primi anni Settanta. Il colpo di Stato dell’11 settembre 1973, direttamente ispirato dal Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger, soffocava nel sangue un intero popolo, dando un esempio a un intero continente. Le cicatrici del colpo di Stato erano destinate a segnare in permanenza lo Stato e il popolo cileno anche dopo il recupero formale della democrazia avvenuto con il referendum del 1988. La Costituzione del Paese è tuttora quella del 1980, approvata dalla Giunta militare di governo in pieno pinochettismo, pur con qualche modifica. Un po’ come se lo Statuto albertino e le leggi corporative avessero continuato a vigere in Italia dopo la caduta del fascismo e non ci fosse stata la Costituzione repubblicana (ovviamente il sogno di molti, a volte segreto).

Anche le violazioni dei diritti umani e i numerosi crimini della dittatura erano e sono tuttora in parte impuniti, visto che il processo di ripudio generalizzato nei confronti di queste bestialità e dei loro autori è stato molto meno profondo e generalizzato che, ad esempio, in Argentina. E la ricetta del professor Kissinger e dei suoi gorilla, Pinochet in testa, funzionava, restaurando in pieno il dominio della classe dominante nel Paese e in tutta l’America Latina.

Il golpe cileno fungeva infatti da battistrada rispetto alle altre dittature e la repressione veniva integrata su base intercontinentale sotto l’egida statunitense con la cosiddetta Operazione Condor, sulla la Corte d’Assise e quella d’Assise d’Appello di Roma hanno scritto di recente sentenze di grande importanza e che ci rendono orgogliosi. La portata continentale del massacro cileno appariva evidente negli anni successivi, prima con il decennio delle dittature e poi con quello del neoliberismo.

Oggi si scopre che il Cile è fra i Paesi con il più alto tasso di disuguaglianza del mondo, e i giovani e il popolo tutto tornano a mobilitarsi costringendo il presidente di destra Sebastian Piñera allo stato di emergenza. Alla base della rivolta popolare che si sta scatenando sono i servizi pubblici cari e inefficienti, dai trasporti alla sanità all’istruzione, i bassi salari, lo sfruttamento sul lavoro. Fenomeni che caratterizzano molti altri Paesi, oltre al Cile. Il segno evidente che le politiche ispirate dalla necessità di garantire l’accumulazione del capitale e il rendimento della finanza parassitaria stanno trovando un sacrosanto e inevitabile ripudio da parte delle masse.

Come già verificato nell’Ecuador malgovernato da Lenin Moreno, che ha tradito il mandato ricevuto da Rafael Correa e dal suo popolo, siamo di fronte a una nuova ondata di lotte popolari, cui fa da contrappunto la tenuta di governi progressisti come quello di Evo Morales, che in Bolivia si avvia verso la riconferma, e quello di Maduro, che ha respinto con successo le manovre golpiste di Guaidò & co.

Tutto ciò dimostra come, parallelamente al tramonto dell’egemonia statunitense sul pianeta e sull’emisfero occidentale in particolare, stiano forse maturando le condizioni per una nuova fase dell’integrazione latinoamericana nel segno del ripudio di imperialismo, neoliberismo e, si spera, capitalismo nel suo complesso. Tornando all’oggi, ancora una volta, come ai tempi del golpe militare, un governo cileno è in guerra, per utilizzare l’espressione usata dallo stesso Piñera, e sempre con il suo popolo. Occorre augurarsi che stavolta perda.