Società

Calcio, un tempo era poesia. E senza poesia anche per i calciatori vedo infelicità

Non ho mai capito la distinzione tra persone fortunate e persone sfortunate. Perché sono i calciatori che vanno a trovare i malati in ospedale? Non potrebbe essere il contrario? Nel mio mondo sono i malati che vanno per beneficenza a trovare i calciatori nelle loro ville asettiche e troppo grandi per essere intime.

Nel mio mondo, se sei bello, atletico, pieno di soldi e di donne, ma non hai mai letto Il dolore di Giuseppe Ungaretti, sei un infelice a tutti gli effetti, un uomo misero e per niente invidiabile, anche se hai il talento di prendere a calci un pallone.

Ma lasciamo perdere la poesia: nel mio mondo sei un infelice quando pensi che ci siano persone da invidiare e persone da imitare. Sei un infelice quando compri il profumo che tutti comprano, quando segui le mode, quando adotti stili di vita imposti da altri, quando assumi schemi mentali senza metterli in discussione, quando pensi che essere calciatore sia fico e barbone sia brutto. Sei infelice, in sostanza, quando il tuo pensare è il “pensato” degli altri.

Sei infelice perché sei un automa, uno schiavo, anche se vivi in una villa principesca e hai una piscina con ballerine brasiliane incorporate. Non ho mai capito la distinzione tra persone fortunate e sfortunate, e lo ripeto.

Un giapponese si beccò la prima bomba atomica a Hiroshima, si salvò e il giorno dopo decise di trasferirsi in un’altra città. Indovinate dove? A Nagasaki. E si beccò il secondo fungo atomico. Sopravvisse. Fortunato o sfortunato? Credo sia morto per un cancro, non per i due crimini atomici che ha incontrato nella sua vita.

Fortunato o sfortunato? “La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”: così suona un celebre aforisma di Freak Antoni. A proposito, avete mai visto Freaks di Tod Browning? Ecco, se non lo avete visto, per me siete degli infelici anche se non sapete di esserlo, e ogni giorno rilasciate interviste su arbitri, fuorigioco e veline. Nel mio mondo sono i malati ad organizzare partite del cuore per quelli che vengono percepiti come i “fortunati”. Nella mia vita ho conosciuto alcune persone felici, ma solo una “radiosa”: si chiamava Ernesto ed era tetraplegico, faceva fatica anche ad aprire la bocca per mangiare. Ogni gesto per lui era una lotta e questo lo rendeva radioso.

Traboccava di felicità. Fortunato o sfortunato? Io non ho una moglie, non ho un lavoro e non ho figli. Mi pensate triste? Giubilo, sono giubilante! Ogni mattina mi sveglio con il desiderio di danzare una polka insieme a una sconosciuta: la mia vita.

Garrincha giocava per fare ridere il popolo sugli spalti; quella era poesia. Quel calcio non esiste più da moltissimo tempo: senza poesia vedo solo infelicità.