Diritti

Eutanasia, cambierà realmente qualcosa? Io confido in un ‘grande cerchio’

Scrissi cinque anni fa cosa pensavo sul “fine vita”. Non ho cambiato idea sul fatto che, come scrissi alla fine del mio articolo, quando manca la dignità finisce la vita. Finalmente la Consulta si è espressa: non punibilità per le persone che assistono i malati terminali nel loro percorso. I medici che sono interessati in prima persona si appellano al codice deontologico chiedendo che “vengano indicate figure per agire al posto nostro per togliere la vita”.

Insomma, cambierà realmente qualcosa? Qualcuno deciderà chi e quando si debba “staccare la spina” come io ho deciso, da medico, per mio padre? Credo che queste domande rimarranno a lungo senza risposta pur essendo l’argomento molto sentito e, in fondo, molto temuto dalla maggior parte dei cittadini che hanno desiderio di vita.

Ho avuto da un mio paziente lo spunto di leggere la tesi di Laurea in Filosofia politica di Silvia Ciucciovino dal titolo: Pena capitale ed eutanasia: riflessioni sulla morte nel diritto e nella cultura contemporanei. Argomento interessante dal punto di vista storico, reale e contemporaneo per le recenti scelte.

Leggo, come quasi tutti sanno, che il termine eutanasia deriva dal greco ed è composto da eu (bene) e tanatos (morte), quindi, letteralmente, “buona morte“. Leggo anche molti cenni storici: riassumo qui quelli che penso siano più importanti.

Tommaso Moro, alla fine del 1400, racconta: “se qualcuno non solo è incurabile ma anche oppresso da continue sofferenze, i sacerdoti e i magistrati, poiché non è più in grado di rendersi utile e la sua esistenza, gravosa per gli altri, è per lui solo fonte di dolore (e quindi non fa che sopravvivere alla propria morte), lo esortano a non prolungare quel male pestilenziale… In questo modo li convincono a porre fine alla propria vita digiunando o facendosi addormentare, così da non accorgersi nemmeno di morire. Ma non obbligano comunque nessuno a uccidersi contro la propria volontà, né gli rivolgono meno cure. Chi invece si toglie la vita senza aver ricevuto prima il permesso dei magistrati e dei sacerdoti è considerato indegno“.

Il termine eutanasia, come già detto, deriva dal greco, ma fu Francis Bacon a introdurre tale termine nel linguaggio occidentale moderno, con il suo saggio Progresso della conoscenza. In quest’opera l’autore invita i medici a non abbandonare i malati gravi e/o inguaribili e ad alleviare le loro sofferenze fino alla fine. Non c’è ancora tuttavia in questo saggio del 1600 il concetto esplicito di “dare la morte”. Solo alla fine del XIX secolo comincia ad avere il significato attuale, indicando un intervento medico atto a porre fine alle sofferenze di un malato; una sorta di uccisione per pietà, quasi identificabile con l'”omicidio del consenziente”.

E’ ovvio e scontato come, sin dagli albori della medicina, la somministrazione della morte sia un tema controverso. La vita appare come bene protetto e da proteggere in ogni caso e già nel “giuramento di Ippocrate” si legge: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò tale consiglio; similmente non darò a nessuna donna un medicinale abortivo”.

Tralascio di citare le diverse interpretazioni religiose, perché personali, e delle leggi degli altri stati, perché a volte copiare è difficile quindi meglio scegliere, mentre mi pare molto interessante dire quello che avviene “sul campo”: nell’aprile 2006 è stato pubblicato sulla rivista ufficiale dell’Ordine dei medici e odontoiatri di Torino un sondaggio, da cui emerge che:

1- il 74% degli infermieri intervistati è favorevole all’eutanasia. Di questi, l’83% è favorevole all’eutanasia attiva;

2- il 44% ha avuto esperienza di pazienti che hanno chiesto espressamente l’eutanasia;

3- il 76% invoca il testamento biologico;

4- l’8% afferma di essere disposto a praticare anche illegalmente e senza chiara richiesta del paziente;

5- il 37% sarebbe disponibile al suicidio assistito;

6- il 76% degli infermieri credenti è favorevole all’eutanasia.

Inoltre, da un’indagine del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano, emerge che il 4% dei rianimatori interpellati ha ammesso di praticare quella che impropriamente si può definire “iniezione letale”. Nella clinica dove lavoro proprio oggi una mia collega ha visitato una signora in fase terminale e mi ha raccontato che la signora in fondo non voleva farsi visitare. Nemmeno dopo essere stata svegliata dal torpore, nemmeno in presenza di un Herpes Zoster sicuramente doloroso. Non interagiva se non per piccoli attimi, forse a chiedere di essere lasciata libera di volare.

Il problema dunque esiste e la non punibilità di chi aiuta è un grosso passo avanti. Ho paura però che il percorso sia ancora lungo. Spero che medici, religiosi, magistrati e politici si stringano in un grande cerchio e dettino le mosse adeguate.