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Elezioni Israele, la posta in gioco non è il futuro di Netanyahu ma la salute della democrazia

Non so se Benjamin Netanyahu, premier israeliano degli ultimi dieci anni, vincerà le elezioni che si svolgono oggi (17 settembre), ma i danni da lui procurati in questa tornata elettorale alla democrazia israeliana sono immensi. Egli, magari per soddisfare l’elettorato di estrema destra, attacca quasi quotidianamente i cittadini arabi israeliani. Alcuni giorni fa, ad esempio, il suo partito o chi per esso ha pubblicato in rete una minaccia di questo tipo: gli arabi ci vogliono ammazzare tutti, bambini donne e vecchi. Ma gli arabi non sono Hamas, jihad islamico o al queida.

Questo è un atto di delegittimazione di cittadini israeliani a tutti gli effetti.

Il discredito non si ferma a questo ammiccamento alla destra ultra-nazionalista. Netanyahu e il suo entourage parlano dei parlamentari arabi come di potenziali traditori dello Stato israeliano. Egli accusa Benny Gantz, ex comandante supremo dell’esercito e il suo principale rivale come candidato premier, di voler far entrare nel suo futuro governo anche i leader parlamentari dell’elettorato arabo. Suppongo che se un candidato, in qualsiasi democrazia europea, parlasse così di un candidato ebreo verrebbe accusato giorno e notte di antisemitismo. Con questa retorica è chiaro che gli arabi israeliani, che rappresentano quasi il 20% della popolazione, si sentono cittadini di serie B, accusati per motivi elettorali di un tradimento mai compiuto.

È chiaro ad ogni elettore israeliano che l’attuale premier compie queste manovre per allontanare un processo per corruzione che è riuscito finora ad evitare, nonostante la polizia abbia già tanti capi di accusa nei suoi confronti, alcuni di quali legati ad una cosa cara ai cittadini dello stato ebraico: la sicurezza. La corruzione legata all’acquisto di sofisticati sottomarini tedeschi è molto ben documentata e solida, e una vittoria in queste elezioni verrà certamente usata, da lui pluriaccusato, per evitare processi e una possibile galera.

Avraam Yoshua ha scritto in questi giorni, anche sulla stampa italiana, di queste elezioni come di un plebiscito per Netanyahu, ma penso che il grande scrittore potrebbe allargare il raggio dell’importanza di questa giornata per il futuro di Israele. Se, come prevede lui, queste elezioni saranno un plebiscito, la posta in gioco non è il futuro di Netanyahu ma la salute della democrazia israeliana. La coalizione – quella minima che sogna il più longevo (politicamente) premier è con l’estrema destra e l’ortodossia. In un caso del genere il Medio Oriente potrebbe trovarsi in un vero incubo. Un assetto politico del genere non esiterà ad annettere una cospicua parte dei Territori a Israele. Un tale gesto, suppongo non riconosciuto da Europa, Cina e Russia (sull’America di Trump non saprei esprimermi), incendierebbe la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Eccoci a una mini guerra che allontanerebbe i processi e i guai giudiziari, e anche la corruzione sembrerà, in fin dei conti, un male accettabile per una certa parte di israeliani.