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Moda, dal Malawi a Milano con un sogno. Questa è la storia di Faith

Faith è del Malawi, lo ammetto, è la prima malawiana che ho conosciuto. Dopo Sao Tome e Principe pensavo di aver conosciuto tutti i cittadini africani: ahimè mi sbagliavo. Al netto della geografia spicciola Faith ha deciso che il Malawi le andava un po’ stretto e voleva lavorare nella moda.

Faith mi spiega che giù al paese ti laurei per fare il dottore, l’avvocato, l’ingegnere; insomma mica fai roba da vestire (forse per questo che Faith ha pensato di costruire il suo futuro qui). Che dire, datemi del provinciale, ma della moda Kivana o del Djobouti nel mondo non se ne sente parlare. Della moda italiana sì.

Faith si mette in moto con razionalità. Prima di tutto comincia a risparmiare. Quindi sta un po’ di tempo in Sudafrica a Johannesburg. Lavora, risparmia e si prepara al grande salto. Faith mi spiega che la Bocconi (Milano) la tentava ma costava anche un occhio della testa, mentre l’Università di Bologna era pubblica. Come dire, va bene i sogni, ma non dimentichiamoci il portafoglio. Quindi, master a Rimini di due anni.

Quindi si lancia. Fa la sua bella Visa da studente e arriva in Italia a Rimini. Ok, forse non la sede della moda, però da qualche parte si deve pure cominciare. Nel 2016 gli capita l’occasione di farsi una internship a Berlino. Un’occasione per lavorare con un gruppo che stava studiando un progetto inerente la moda africana. Faith ovviamente non si fa scappare l’occasione. Berlino l’accoglie con creatività e cosmopolitismo (ammetto che i tedeschi creativi son duri da immaginare, ma Berlino è come Londra: trovare un tedesco nativo è quasi impossibile).

Con l’azienda tedesca Faith partecipa all’Addis Abeba fashion week. Poi torna a Rimini, si laurea e nel 2017 fa un salto in Olanda. Dopo una breve esperienza di lavoro nel paese dei papaveri le sirene della moda la richiamano nella capitale della moda (Milano, ovvio). Però diciamocelo, lavorare nella moda a Milano non è cosi facile. Un conto sono i film a lieto fine stile il diavolo veste Prada (premesso che quello era girato a Nyc, dove son bravi in finanza e pastrami!); e quindi Faith deve adattarsi.

“Venendo da Berlino che è una capitale, a Milano mi son subito trovata a casa mia. Io sono una cittadina, e le grandi metropoli per me sono familiari. Ho compreso che dovevo darmi da fare, quindi ho costruito la mia attività di freelance come consulente di moda, con al centro il mio blog, ma intanto lavoro come docente di lingua inglese per EF”. Quindi da una parte il bread & butter lo portiamo a casa con lezioni d’inglese, social media manager per alcuni siti, art director per la creazione di siti. In parallelo coltiva i suoi sogni, scrive sul blog, condivide un appartamento e si gode Milano.

Sul tema migranti è però molto chiara. Mi spiega che arrivare in Italia è stata una scelta ponderata. Ha lavorato e messo via i soldi in Sudafrica dopo la laurea, ha studiato quali scuole potevano essere le più adatte, compatibilmente con i suoi sogni e con il suo budget.

Mi conferma che esiste la percezione, in Africa, che l’Europa sia il territorio del Bengodi. Prima di venire già sapeva che era una sfida, dura. Ci sono, mi spiega, sfide culturali: lei stessa, per quanto non abbia mai subito atti di discriminazione, comunque riconosce che c’è sempre una sfida in più da vincere, perché comunque “non sei di qui”. Però, mi conferma, se gli italiani vedono che ti dai da fare, sono molto generosi e aperti alle culture straniere.

E ora Faith sta qui a Milano. 29 anni, il suo blog BaoHub Collective racchiude le sue passioni, ma anche un progetto editoriale bene strutturato che coltiva nel tempo libero e la sera, ottimizzando il tempo tra il suo lavoro base e i suoi progetti futuri. Ha deciso di impostarlo, in termini di contenuti, cercando di offrire una visione differente. Detto così sembra semplice, mi spiega, ma in vero molto dipende dall’approccio culturale.

Se sei l’unica malawiana a Milano, tutto quello che è la sua cultura diventa il filtro per interpretare Milano, la sua cultura, i suoi stili di vista. Un po’ come dire che se sei un milanese a Kiva (Uzbekistan), ecco, molte cose locali, dal cibo al modo di fare, sono aliene, e le filtri con la visione del milanese (magari pure del milanese imbruttito).

Faith diventerà il punto di riferimento della moda africana in Italia e in Europa? Non lo so. Ma sicuramente è un apporto culturale interessante per rendere la capitale d’Italia (ok, la futura capitale) sempre più cosmopolita.

@enricoverga