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Gheddafi, 50 anni fa il golpe che cambiò la Libia. Un anniversario scomodo, quasi dimenticato

C’è un anniversario scomodo, quasi dimenticato. Lontano abbastanza nel tempo sempre più convulso della nostra contemporaneità. Rappresentato da una data simbolica. Perché certifica l’inizio di una storia lunga, tormentata e spesso drammatica durata oltre 42 anni e che ha coinvolto, spesso e malvolentieri, l’Italia.

La storia è quella di Muammar Gheddafi che prese il potere formalmente il primo settembre 1969, quando aveva appena 27 anni, come “Guida e Comandante della rivoluzione della Gran giamahiria araba libica popolare socialista”, e che venne ucciso dai ribelli il 20 ottobre del 2011. Nell’arco di questo lungo periodo, seppe trasformare la Libia da semplice Paese serbatoio di petrolio a orgoglioso protagonista del Mediterraneo e del Medio Oriente, instaurando una ferrea dittatura nazionalista; destreggiandosi con abilità e cinismo; giocando con le armi di una diplomazia spregiudicata e manipolando il fuoco del terrore; obbligando l’Occidente a patti sovente ingiuriosi; foraggiando l’Olp di Arafat; usando illimitate risorse per arricchirsi smisuratamente e per clamorose operazioni finanziarie (tipo l’acquisizione di un cospicuo pacchetto di azioni della Fiat…).

Quel primo settembre di mezzo secolo fa l’impresa della Luna non aveva oscurato le magagne della Terra. Un anno prima, nell’agosto del 1968, i carri armati sovietici avevano schiacciato la “primavera” di Praga ed arrestato Alexander Dubceck, il riformatore del “nuovo corso”, ossia una coraggiosa strategia politica che concedeva a tutti i settori della società e dell’economia più libertà ed autonomia. Il Sessantotto aveva alimentato illusioni e speranze tra i giovani.

Ma in Italia, per esempio, le tensioni erano al massimo. Dimostrazioni, bombe, la Fiat che aveva annunciato 15mila licenziamenti, i sindacati che stavano mobilitandosi per quello che sarebbe stato l’Autunno Caldo. Lo scenario era quello di mondo dannatamente bipolare – Occidente contro Urss, missili atomiche e Muri – ma qualcosa cominciava a screpolare questa geopolitica da pianeta dimezzato in cui la guerra del Viet Nam stava alimentando una crisi epocale.

Quando Gheddafi irrompe sulla scena con la sua rivoluzione per una Libia araba, socialista e libera dal giogo delle grandi potenze, sa di poter contare sull’appoggio di chi non sta né coi sovietici né con lo zio Sam. E’ infatti in atto sempre più decisa la spinta politica e culturale della decolonizzazione e delle rivendicazioni nazionaliste, guidate dall’Egitto di Nasser, dalla Cina di Mao, da Cuba di Fidel Castro, dalla “ribelle” Jugoslavia del maresciallo Tito.

Il Terzo Mondo voleva sviluppo, cercava autonomia, pretendeva rispetto. Sono le parole d’ordine del giovane capitano che si autoproclamerà colonnello, dopo aver dichiarato ufficialmente il primo settembre la nascita della Repubblica libica. Come loro, Muammar vuole scacciare i predatori delle immense riserve di materie prime; come loro condanna il capitalismo e idealizza una sorta di socialismo nazionalista.

Proprio il versante “socialista” di queste rivendicazioni stimola i manipolatori del Cremlino: un’opportunità che l’Unione Sovietica tentò di gestire abilmente. Mosca, infatti, si era preoccupata da decenni di accogliere gli studenti dei “Paesi in via di sviluppo” alla prestigiosa università internazionale (che noi oggi ricordiamo col nome di Lumumba) per trasformarli nei futuri quadri dirigenti del Terzo Mondo, e farne così dei potenziali alleati. Addestrava gli allievi ufficiali nelle accademie sovietiche e in quelle del blocco socialista, attivando reti di intelligence e fomentando rivolte. La strategia per destabilizzare gli interessi dell’Occidente.

Bibbia dei terzomondisti era il saggio I dannati della Terra di Frantz Fanon. L’eroe, Che Guevara. Il coraggio da pigliare per modello, quello di Gamal Abdel Nasser, il cui mito resistette anche alla cocente sconfitta del giugno 1967, nella breve ed umiliante Guerra dei sei giorni.

In questo complesso quadro ideologico si agita il precoce ed ambizioso Gheddafi, che dopo aver studiato per cinque anni alla scuola coranica di Sirte si iscrive all’accademia militare di Bengasi dal 1961 al 1966 per poi andare in Gran Bretagna e seguire corsi di specializzazione. Gheddafi non si accontenta. Raggiunge alla fine del 1968 l’accademia militare di Mostar, in Bosnia, nella Jugoslavia terzomondista di Tito. Non è una scelta casuale. Il Maresciallo aveva rotto con Mosca e la Jugoslavia si era tirata fuori dal Patto di Varsavia. A Belgrado serpeggiava da tempo una certa irrequietezza fra gli intellettuali e alcuni dei dirigenti politici che volevano più economia libera, più libertà e meno statalismo.

Una fronda che Tito cercava di controllare e, spesso, di reprimere. Non voleva fronti interni. Si era infatti dedicato anima e corpo al movimento dei Paesi non allineati, fondato nel 1961 assieme a Nasser, a Sukarno (Indonesia) e Nehru (India), laboratorio politico durato cinque anni di laboriose trattative ed incontri, di pericolosi equilibrismi diplomatici. I quattro uomini forti (un eufemismo, per non dire dittatori tout court) proclamavano una neutralità “attiva”. Principio base: non volevano schierarsi né con gli Stati Uniti né con l’Urss. Sostenevano la necessità di una “Terza Via”. Dogma che verrà rielaborato in chiave panaraba da Gheddafi, il quale scriverà nel 1976 il Libro Verde (il colore dell’Islam) noto anche come “Terza Via Universale”.

Il primo vertice si svolse a Belgrado. Quando? Il primo settembre del 1961, e forse anche questa data non è una coincidenza: il primo settembre di otto anni dopo, muore il regno di Libia e nasce la Repubblica Araba-Libica. Lo stesso anno in cui Gheddafi entra come allievo ufficiale all’accademia militare di Bengasi. Al vertice di Belgrado parteciparono ben 28 Paesi che stilarono una dichiarazione d’intenti contro il colonialismo, l’imperialismo e il neocolonialismo, e il documento ebbe grande diffusione. Una copia arrivò anche nelle mani del 19enne Gheddafi. Il secondo vertice dei Non Allineati si tenne al Cairo, nel 1964, e fu connotato dalle tensioni nel Medio Oriente e dal conflitto arabo-israeliano.

Il terzo (1969) si svolse a Lusaka, in Zambia: venne realizzata una struttura permanente sui temi politici ed economici. Tutto ciò influenzò enormemente Gheddafi, che nel 1969 era diventato capitano dell’esercito libico, ed era anche il capo ideologico di un movimento clandestino tra i militari della nuova generazione, con la benevolenza dell’intelligence libica, il cui scopo era quello di abbattere la monarchia corrotta al soldo degli inglesi e degli americani per sostituirla con una repubblica di ispirazione panaraba e nazionalista, in grado di aumentare enormemente gli introiti delle royalties sul petrolio.

Dunque, quel primo settembre di 50 anni fa si conclude il golpe militare iniziato appena cinque giorni prima, il 26 agosto, con l’occupazione dei palazzi del potere e la mobilitazione dell’esercito che presidia le strade di Tripoli e l’appoggio logistico delle forze di sicurezza. Re Idris si trovava in Turchia per curarsi. Il 4 agosto aveva presentato al presidente del Senato libico una lettera in cui annunciava che avrebbe abdicato il 5 settembre a favore di Hasan al-Rida-al-Mahdi-al Sanussi. Il principe ereditario aveva cominciato ad assumere molte delle funzioni che spettavano al monarca, cercando di ingraziarsi i nazionalisti scalpitanti. Mossa disperata. Re Idris venne deposto senza colpo ferire. Il principe divenne re. Ma per poche ore. Fu deposto e arrestato coi familiari. Idris scelse l’esilio e morì al Cairo nel 1983, a 94 anni.

Dopo avere proclamato la Repubblica, si insedia al potere un Consiglio di comando della rivoluzione, composta da 12 membri, le cui tendenze sono panarabe e filonasseriane. Il Consiglio nomina quale guida Gheddafi, che da capitano si autonomina colonnello. Dopodiché viene fatta approvare una nuova Costituzione. Sono aboliti i partiti e le elezioni.

Nemmeno un anno dopo, il 21 luglio del 1970, Muammar “guida della Rivoluzione” emette il decreto della “confisca”: sequestra cioè i beni della comunità italiana e di quella ebraica, sopravvissuta alle purghe di re Idris dopo la Guerra dei Sei Giorni (esilio forzato, ogni ebreo poteva lasciare la Libia con una sola valigia e 20 sterline: buona parte dei 6mila ebrei libici si rifugiò a Roma, solo una piccola minoranza scelse Israele). All’esproprio dei beni il 15 ottobre 1970 segue la cacciata.

All’inizio, Gheddafi prova a barcamenarsi tra socialdemocrazia imposta dall’alto e panarabismo. Nazionalizza la maggior parte delle società petrolifere straniere, chiude le basi inglesi e americane. Occupa spettacolarmente la più vasta e importante, quella Usa chiamata Wheelus e ribattezzata Oqba bin Nafi, col nome cioè del primo conquistatore arabo-musulmano del Nordafrica. Per dimostrare che piglia a cuore le sorti del suo popolo, comincia a costruire strade, autostrade, ospedali, scuole, quartieri moderni e l’opera più ardita, il Grande fiume artificiale che porterà acqua all’assetata costa dalle lontane falde sotterranee del Sahara.

In fondo, proprio questa colossale opera riflette la personalità di Muammar, figlio del deserto. Nato, come spesso amava raccontare ai suoi ospiti, sotto una tenda beduina, un caldissimo 7 giugno del 1942, a Qasr abu Hadi, che allora era una piccola località all’interno della provincia italiana di Misurata, in Tripolitania, ad una ventina di chilometri da Sirte. La sua qabila era quella di Qad had Hfa, una delle oltre 140 tribù libiche. Berberi arabizzati che vivevano dove il deserto comincia a scendere verso sud, dove solitudine e spazi infiniti puntano verso l’Africa, verso il cuore di un continente che Gheddafi avrebbe voluto unito e forte. Ma i suoi sogni furono sempre osteggiati.

Burghiba, il presidente padrone della Tunisia, non accettò mai la proposta di unione politica con la Libia. Temevano il suo potere, gli appoggi oscuri a Settembre Nero, ad Abu Nidal, persino all’Ira, la vicenda di Ustica, l’aereo esploso in Gran Bretagna, la scomparsa dell’imam sciita Musa al-Sadr (favorevole alla pace in Libano). Temevano di restare coinvolti nella sfida che il Colonnello aveva lanciato agli Stati Uniti (che bombardarono il suo quartier generale nel 1986).

Non volevano finire anche loro nel vortice delle sanzioni. Diffidavano del suo incontenibile esibizionismo. Se aveva una buona idea, poi la rovinava con il suo nazionalismo, come l’idea di una moneta forte africana per contrastare le valute occidentali: il dinaro d’oro, ma il nome era quello della moneta libica. Non si poteva negare che mettere in piedi una Banca Africana fosse sbagliato, o che lo fosse un Fondo per i paesi più poveri del Continente nero; ma poi queste iniziative erano spesso di facciata: intanto aveva imboscato 300 miliardi di dollari in Svizzera e in mille paradisi fiscali.

E tuttavia, pur essendo considerato ormai più una macchietta che un leader carismatico – lo era stato, all’inizio – seppe rappacificarsi con Washington e ottenere che la Libia fosse cancellata dall’elenco dei paesi canaglia (2004). Tra ardite piroette, visita Roma e Parigi con tenda (sontuosa) al seguito e uno stuolo di guardie del corpo, comprese le famose Amazzoni; sino all’impresa di partecipare al G8 dell’Aquila, nel 2009, quale rappresentante dell’Unione Africana di cui era in quel momento presidente. Un anno e mezzo dopo, nel febbraio del 2011, la Primavera araba sconvolge la Libia. Braccato come un cane, dopo la furiosa e sanguinaria repressione scatenata dai suoi sgherri e dai suoi feroci figli, Gheddafi verrà ucciso malamente poco fuori Sirte. Dove tutto era cominciato.

Ps. Devo una spiegazione ai lettori. Ai tempi in cui ero studente di Scienze Politiche, Mario G. Losano, il mio professore di filosofia politica, allegò ai testi necessari per l’esame un suo saggio, Libia 1970. Passai molto bene l’esame, perché quel profetico libro, il cui sottotitolo era Materiale sui rapporti tra ideologia ed economia nel Terzo Mondo, è stato fondamentale per la mia formazione ed informazione. Spero anche per la vostra.