Tecnologia

Assistenti vocali, Siri (e quindi Apple) sa tutto di noi. Ma non è l’unico che ascolta quel che diciamo

Il nome di Siri echeggia facilmente sui mezzi di informazione, ma stavolta non parliamo del discusso parlamentare al centro di tante vicende di interesse collettivo.
La nostra attenzione è rivolta all’assistente vocale che Apple mette a disposizione dei propri utenti. Questi strumenti – e non è solo il caso di quello “con la mela morsicata” – si sono rivelati terribilmente pericolosi per l’ingordigia con cui fagocitano tutte le richieste formulate da chi se ne serve.
Chi – non avendo un amico o un parente con cui scambiare quattro chiacchiere – prova soddisfazione nel dialogare con queste diavolerie, non sempre sa cosa succede dopo aver pronunciato una frase o formulato una domanda. Immaginando forse che lo smartphone tenuto tra le dita sia un oggetto animato e immediatamente reattivo, non tutti sanno che ogni parola o quesito vengono regolarmente acquisite “in loco” dal microfono del telefono e registrate in un file che viene fulmineamente spedito al sistema centrale che provvede alla elaborazione dell’input ricevuto e alla formulazione della risposta attesa dall’utente.

Chi si rivolge al proprio smartphone, quindi, sussurra le sue cose in un immaginario citofono senza sapere chi ha alzato la “cornetta” per replicare alle più diverse sollecitazioni. Le motivazioni tecniche sono le più diverse e spaziano dalla comprensibile esigenza di sfruttare al massimo i grandi server capaci di dare la risposta più precisa e rapida a chi ha fatto appello a Siri per risolvere un problema, fino ad arrivare alla necessità di guadagnare “esperienza” collezionando il maggior numero di richieste e sulla base di queste fornire responsi sempre più aderenti e corretti.
Gli addetti ai lavori parlano di “autoapprendimento”, cercando di far capire al quisque de populo che i grandi sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono pronti ad imparare dalle attività pratiche cui sono chiamati a fronte di domande e affermazioni della sterminata platea di utilizzatori.

Siri (e pertanto Apple) sa tutto di noi, ma non è l’unico “ascoltatore” di quel che diciamo. Anche i subfornitori del colosso tecnologico fondato da Steve Jobs e oggi guidato da Tim Cook possono sentire anche i dettagli maggiormente riservati del rapporto interlocutorio tra utente e assistente vocale. Le voci incanalate dall’assistente vocale arrivano fino alle orecchie dei dipendenti delle aziende che lavorano in appalto per Apple. I file audio sono particolarmente assortiti perché si va dalle informazioni mediche riservate alle trattative per l’acquisto di droga o alle “conversazioni” di chi sta facendo sesso con lo smartphone sul comodino.

Siri è attentissima. Non si lascia scappare le parole e i suoni che arrivano al microfono del dispositivo su cui l’applicazione è installata, in barba alle tante rassicurazioni che vengono fatte in tema di privacy a fronte delle proteste delle associazioni di consumatori o di tutela dei diritti civili. Un episodio – tanto divertente quanto inquietante – risale al 3 luglio 2018. Il ministro della Difesa britannico Gavin Williamson, mentre riferiva dinanzi al Parlamento sulla delicata situazione mediorientale, è stato interrotto dal suo iPhone. La pronuncia della parola Siria, infatti, è suonata come un richiamo all’assistente vocale Siri che immediatamente ha fatto sentire la sua voce sintetizzata domandando all’illustre suo utente se poteva essergli utile in qualcosa…
La bizzarra circostanza ha naturalmente sollevato un vespaio di polemiche, facendo immaginare la pericolosità degli “assistenti vocali” nelle riunioni top secret o comunque semplicemente riservate. Ma, alla fine, il curioso incidente non è andato oltre rispetto il simpatico aneddoto.

In ballo c’è l’attivazione automatica di Siri, pronta a scattare anche nei momenti meno opportuni. Un dipendente di una impresa che lavora per Apple ha raccontato al quotidiano The Guardian le imbarazzanti conversazioni normalmente “catturate” da Siri e recapitate a chi lavora per migliorare le performance del sistema. Chi ha fatto la soffiata ha puntato il dito contro l’Apple Watch e l’HomePod, indicandoli come la sorgente principale delle registrazioni inopportune e indesiderate. La circostanza che questi sofisticati arnesi non si riposino mai e siano sempre attenti anche nei momenti di massima intimità di uno dei suoi utilizzatori scatena due reazioni opposte. Mentre timidi e riservati cominciano a studiare come impedire indebiti ascolti, gli immancabili esibizionisti posizionano lo smartphone in modo che non si perda un gemito e – se ancora non hanno un iPhone – sono adesso in coda all’Apple Store.

@Umberto_Rapetto