Cultura

Le Accademie di Belle arti sono un crocevia di cultura. Altro che università di serie B

Ci sono luoghi di insegnamento raro, piccoli, grandi patrimoni d’arte e cultura che schiudono tutto un universo fluido di conoscenza e tecnica. Direttamente spendibili nel mercato del lavoro, inoltre, il che – certo – non guasta. Parlo delle Accademie di Belle Arti, a lungo relegate nel limbo delle “università di serie B”, finalmente emancipatesi da questo stereotipo bugiardo. Anche formalmente offrono oggi titoli di studio equivalenti alla laurea di primo e secondo livello. Sono contesti dinamici, a misura d’uomo, dove il ragazzo viene seguito da vicino, ma senza ansie da prestazione o principi d’autorità fuori tempo massimo. Formano persone creative, ma non trasmigrate in iperuranio. C’è sempre più bisogno di loro in quest’Italia conformista e grigia.

Sono stato di recente in una delle più prestigiose tra le Accademie di Belle arti italiane. Quella di Macerata, istituita nel dicembre del 1972 con un decreto dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone. Sono rimasto stupito dall’energia esistenziale e artistica che promana da questo posto. Dal “patto sincero tra generazioni” che la anima. Dalla simpatia e dall’irrituale modestia del corpo insegnante, dalla gioia e dalla serenità negli occhi dei ventenni che lo frequentano (ma ci sono anche over 50, 60 e 70 tra gli iscritti), da questa fermentazione quotidiana di idee e concretezza, che trova alla fine sfogo nel cielo della cultura artistica largamente intesa. E il viaggio formativo vale da solo il costo del biglietto, cosparso come sarà stato di giornate mai banali o uguali a se stesse.

L’Accademia di Belle arti di Macerata è un crocevia di ragazze e ragazzi coloratissimi, anche se si vestono di nero, difficilmente distinguibili dai loro professori. In questa struttura hanno insegnato artisti e personaggi anticonformisti come Remo Brindisi, Luciano Gregoretti e Antonello Falqui, per fermarci ad alcuni tra i più famosi; e pure i docenti di oggi, dal rettore Rossella Ghezzi a Luigi Pagliarini, da Antonello Tolve a Maria Letizia Paiato (e tutti gli altri), stupiscono per vivacità intellettuale e brillantezza umana. Si frequentano fuori dall’aula, e tutto fa aula e comunità in quest’accademia, anche un bar in piazza o una trattoria alla sera. Fanno vita collettiva. Non c’è apartheid di sorta con gli studenti, che quando escono da queste mura girevoli diventano artisti, scenografi, designer, pubblicitari, fotografi, comunicatori, restauratori, scultori, affabulatori, fumettari, a loro volta insegnanti. Oppure sono assorbiti dall’industria che gravita intorno al locale, universale, straordinario Sferisterio.

Accanto agli insegnamenti artistici di lunga tradizione, come pittura, scultura, decorazione, grafica d’arte e scenografia, l’Accademia punta sui percorsi formativi per i nuovi professionisti dell’arte, della multimedialità e del design. E spicca il dipartimento di illustrazione e fumetto, che vede in cattedra fumettisti e illustratori di livello internazionale. Inesauribile la produzione di mostre, spettacoli, convegni, workshop, festival, laboratori: l’Accademia di Belle arti restituisce molto al territorio su cui insiste. Concorre davvero alla tutela e alla valorizzazione dei beni artistici, storici e culturali. E da queste parti gli scambi Erasmus marciano a pieno regime: sono ben 56 le università europee partner.

Dislocata in varie sedi, si apre a ventaglio sulle salite e sulle discese di questa città medievale. Com’è la vita. L’abbraccia e se ne fa avvincere, nel segno e nel sogno dell’arte.