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Felicia Langer: ebrea, comunista e una vita dedicata a difendere i prigionieri palestinesi

Un anno fa, il 21 giugno 2018, moriva a Tubinga in Germania Felicia Langer, la prima e per lungo tempo l’unica (ora c’è, tra le altre, la straordinaria Lea Tsevel) avvocata d’Israele a difendere i prigionieri palestinesi sotto processo nei tribunali militari israeliani. Nata in Polonia nel 1930 e scampata ai campi di sterminio, Langer si rifugiò prima in Unione sovietica e poi in Israele, dove si laureò in Giurisprudenza negli anni Cinquanta.

L’inizio non fu facile: molti colleghi la avvisarono che il suo credo politico e il suo attivismo per i diritti umani non le avrebbero attirato molti clienti. Così, dopo diversi rifiuti da parte di studi associati, decise di aprire uno studio proprio, minuscolo, con una semplice targhetta affissa all’esterno in arabo ed ebraico: avvocato. I clienti arrivarono.

Langer ha lottato per anni contro tutto e contro tutti per riaffermare i diritti fondamentali di persone spossessate, espulse, private di terra e alloggio e torturate. Il resoconto in prima persona di una cinquantina di processi cui Langer prese parte tra il 1967 e il 1973 è contenuto in Con i miei occhi. Una testimonianza della repressione di Israele contro i palestinesi, uscito nel 1974, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1976 e opportunamente ristampato da Zambon in occasione della morte di Langer.

Con i miei occhi racconta una storia del tutto attuale: di come le ragioni della giustizia possano essere piegate a una legislazione militare che è diretta emanazione dello Stato israeliano, che alimenta impunità e prolunga l’occupazione. Nei processi di fronte alle corti marziali cui Langer prende parte succede di tutto: rifiuti di esaminare le denunce di tortura, deposizioni rilasciate in arabo e tradotte in ebraico in modo tendenzioso e parziale; detenzione in attesa e durante il giudizio in celle d’isolamento simili a loculi; arresti del maggior numero possibile di congiunti affinché gli imputati confessino; famiglie spezzate da espulsioni arbitrarie.

“Spero che il mio libro possa contribuire all’apertura di una nuova pagina nelle relazioni arabo-israeliane sulla base della giustizia per tutti i popoli”. Questo auspicio fa parte di un poscritto del 1974. Dopo 45 anni, quelle parole sono ancora lì in attesa di essere attuate.