Cultura

Beni culturali, il Parlamento non ratifica la Convenzione di Faro. Ed è incomprensibile

Un pregevole volume consente di fare il punto della situazione su una vicenda incomprensibile per non dire kafkiana: la mancata ratifica parlamentare della Convenzione di Faro.

Il valore del patrimonio culturale per la società e le comunità, la convenzione del Consiglio d’Europa tra teoria e prassi (Linea Edizioni) è una preziosa pubblicazione che raccoglie notevoli esperienze degli attori impegnati sul campo e ricerche accademiche che mettono in luce il variegato panorama in cui le “comunità patrimoniali”, come definite dallo stesso testo giuridico, si trovano a sviluppare la propria azione di rigenerazione e trasmissione di un patrimonio spesso messo a rischio dalle politiche economiche, sociali e demografiche in seno all’Europa.

L’opera, curata da Luisella Pavan-Woolfe, Direttrice dell’Ufficio di Venezia del Consiglio d’Europa, e da Simona Pinton, dottoressa di ricerca in diritto, storia e teoria delle relazioni internazionali, scaturisce dalla volontà di raccogliere i contributi presentati nel corso del convegno Convenzione di Faro e le Comunità Patrimoniali, tenutosi a Venezia il 9 aprile 2018 nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione organizzate dall’Ufficio italiano del Consiglio d’Europa.

Il testo della Convenzione, presentato e aperto alle firme a Faro nel 2005, è entrato in vigore nel 2011. A oggi è stato ratificato da 18 Stati membri. L’Italia ha firmato la Convenzione nel febbraio 2013 ma non ha ancora provveduto alla sua auspicata ratifica, ancora più necessaria anche a seguito dell’esito delle recenti Elezioni europee che dovranno ridisegnare le politiche dell’Unione insistendo sulle azioni culturali fondamentali per tracciare un percorso nuovo, definitivo e sicuro.

Giova rammentare che attraverso le potenzialità di questa Convenzione si passa da un approccio incentrato sulla conservazione e sul restauro del patrimonio a un’attenzione nei confronti della promozione dei diritti culturali per l’intera società, allo scopo di garantirne un accesso il più ampio possibile e di educare i membri delle comunità al suo valore, così da poterlo trasmettere alle generazioni future. Con la Convenzione di Faro il patrimonio culturale diviene sinonimo di coinvolgimento degli abitanti nella produzione, nella diffusione e nella conservazione della cultura condivisa, nella società e per la società. Il quadro concettuale definito dalla Convenzione di Faro introduce la nozione di “comunità patrimoniale”, sublimando l’interpretazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in base alla quale non v’è possibilità di vita culturale in assenza di vita comunitaria. Ne deriva che questa accezione della nozione di patrimonio implica l’esistenza e il coinvolgimento di attori nella produzione, diffusione e conservazione dello stesso.

La Convenzione si occupa inoltre di porre l’accento sulla crescente importanza dell’ambiente nell’identità territoriale, e dunque della dimensione paesaggistica del patrimonio culturale, ponendo le basi per un concetto di “ambiente culturale”, campo d’azione della comunità patrimoniale, ove i fattori antropici e naturali storicamente s’intrecciano, riconoscendo il diritto a partecipare alla vita culturale, così come definito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La Convenzione introduce un concetto ampio di patrimonio culturale (terminologia da sempre oggetto della ricerca di una definizione univoca) a cui è affidata la costruzione di una società pacifica e democratica strettamente connessa ai processi di sviluppo sostenibile e alla promozione della diversità culturale. L’eredità culturale viene intesa come un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso dei loro valori identitari. La comunità di eredità che ne deriva è costituita da un insieme di persone che, consapevolmente, attribuisce valore alle risorse culturali, impegnandosi a tutelarle e a trasmetterle alle generazioni future.

Come si è giustamente osservato si tratta di principi rivoluzionari, che spostano radicalmente l’attenzione dalla pur doverosa opera di tutela e salvaguardia del patrimonio culturale al diritto dei cittadini alla partecipazione culturale. In Italia, secondo i dati Eurobarometro, il tasso di partecipazione alla vita culturale è tra i più bassi d’Europa: la Convenzione di Faro potrebbe rappresentare un modello di riferimento per i diversi livelli istituzionali, dal Mibac alle amministrazioni comunali. Di particolare rilievo, l’obiettivo di favorire la creazione diffusa di “comunità di eredità”, in cui il riconoscimento delle risorse culturali da parte dei cittadini possa costituire la premessa per la nascita di “imprese di comunità”, in grado di contribuire un’economia rispettosa del valore culturale dei territori.

Le parole chiave di questo importante New Deal sono: salvaguardare, valorizzare, promuovere e trasmettere il valore del patrimonio culturale immateriale italiano ed europeo, con particolare riferimento alle giovani generazioni. Un volume dunque davvero necessario in tempi di ristrutturazione dei nuovi diritti che faticano a trovare spazio e “cittadinanza” nel nostro Parlamento; sembra quasi che una minoranza possa decidere per una maggioranza – e nemmeno silenziosa – composta da tutta una schiera di operatori culturali o semplici appassionati.

Non esiste un testo perfetto e anche la Carta di Faro contiene, ad avviso di commentatori scettici, degli aspetti generici che potrebbero rivelarsi – senza adeguata attenzione – solo mere enunciazioni ad effetto; tuttavia è proprio nell’applicazione concreta e nelle azioni attuative, come peraltro già avvenuto, la migliore risposta alle osservazioni critiche. Di certo, però, la ratifica della Convenzione potrebbe davvero migliorare, se non la vita dei cittadini, almeno l’approccio verso la piena dignità culturale. Essa, come è stato più volte ricordato, ha innovato la visione del patrimonio, spostandola “dal valore in sé dei beni al valore che debbono poterne conseguire le persone. Si passa, così, dal ‘diritto del patrimonio culturale’ al ‘diritto al patrimonio culturale’, ovvero al diritto, individuale o collettivo, di trarre beneficio dal patrimonio”.

Ne consegue che il patrimonio culturale è risorsa e valore per la sua utilità per lo sviluppo sostenibile e per il miglioramento della qualità di vita delle persone, talché le politiche di salvaguardia debbono essere integrate nell’ambito di più ampie politiche ambientali, economiche e sociali. Attori protagonisti di questo bellissimo scenario sono le comunità e gli enti locali: si pensi solo ai piccoli Comuni che con i loro dettagli possono fare la differenza. E’ una sfida e un’opportunità di rinascita. Allungare i tempi per la ratifica significherebbe perdere un’occasione storica e forse irripetibile.