Cronaca

Fragalà, lascia segretario Pd di Pomezia. Partito locale verso commissariamento. Boss: “Sindaco grillino Fucci è tumore”

La reazione è stata immediata, con l'espulsione dei due esponenti coinvolti nell'inchiesta. Ma l’imbarazzo politico permane e rischia di mettere in difficoltà una parte importante del Pd nel Lazio. Tanto che ora è iniziata la battaglia interna fra dimissioni - ha lasciato l’attuale segretario cittadino Dem, Francesco Santoli - accuse reciproche e il probabile arrivo di un commissario

La reazione è stata immediata. Ma l’imbarazzo politico permane e rischia di mettere in difficoltà una parte importante del Pd nel Lazio. Tanto che ora è iniziata la battaglia interna fra dimissioni – ha lasciato il segretario cittadino Dem, Francesco Santoli – accuse reciproche e il probabile commissariamento del partito locale. Gli strascichi sono quelli dell’operazione ‘Equilibri’ coordinata della Procura di Roma e condotta dai carabinieri del Ros, che ha permesso la scorsa settimana di sgominare il presunto clan mafioso dei Fragalà, famiglia di origine siciliana operante nella zona di Pomezia e Torvajanica, a sud della Capitale.

Fra le 1117 pagine di richieste al gip firmate dal procuratore aggiunto, Michele Prestipino, e dai pm Giovanni Musarò, Ilaria Calò e Corrado Fasanelli, almeno 70 riguardano i rapporti fra i principali esponenti del clan, il presunto boss Alessandro Fragalà e sua figlia Astrid, e due esponenti Dem del territorio, l’ex diesse Fiorenzo D’Alessandri e, soprattutto, il capogruppo in consiglio comunale, Omero Schiumarini, candidato sindaco nel 2013 e dipendente (a chiamata diretta) del Consiglio regionale del Lazio, dimessosi da tutti gli incarichi all’indomani della pubblicazione delle notizie che (seppur al momento nemmeno indagato) lo indicano come “uno di famiglia” e persona “fedele” a Fragalà. Su di lui e sul Pd pometino, secondo quanto emerge dalle carte, Alessandro puntava per “riprendersi Pomezia” spingendo Omero a trovare “facce nuove” ed esprimere un candidato sindaco per le comunali 2018, così da far entrare sua figlia Astrid in giunta.

LA FOTO CON IL VICE DI ZINGA – Ci sono una foto e un commento, in particolare, che in queste ore imbarazzano i vertici regionali di AreaDem, che a livello nazionale fa riferimento all’ex ministro Dario Franceschini e che oggi è il principale alleato del segretario Dem, Nicola Zingaretti. Lo scatto pubblicato su Facebook proprio da Schiumarini il 6 marzo 2018, in cui appare insieme a Daniele Leodori e Michela Califano, la coppia di candidati più votata in Consiglio regionale. “Per noi che crediamo in queste tre grandiose persone non possiamo che essere soddisfatti di questo risultato. Leodori e Califano primo e seconda eletti nel Pd alle regionali, Omero artefice insieme a noi di questo grandioso risultato”, commentava in calce Mario Crognaletti, membro della segreteria del Pd di Pomezia. Esagerando, evidentemente, se si paragonano le 400 preferenze scarse ottenute dal duo nel comune pontino a fronte dei 18mila consensi su scala regionale.

Dopo il burrascoso passaggio da Forza Italia al centrosinistra nel 2011 e la candidatura a sindaco con la “sua” Forza Pomezia – battuto dall’allora pentastellato Fabio Fucci – Schiumarini è entrato nel Pd legandosi alla corrente AreaDem, che nel Lazio fa capo al senatore Bruno Astorre, da almeno due decenni campione di voti nell’hinterland romano. Un treno vincente, perché a marzo 2018 Leodori si conferma presidente del Consiglio regionale e poi – nell’ambito degli accordi nazionali sempre più stringenti fra Zingaretti e Franceschini – nell’aprile 2019 diventa vice presidente in Regione al posto del dimissionario Massimiliano Smeriglio (spinto verso il parlamento europeo). Tutto ciò mentre, il 2 dicembre 2018, Astorre ottiene senza grossi problemi la segreteria del Pd Lazio: 31 giorni dopo Schiumarini verrà assunto in Consiglio regionale. “Su Pomezia non ho veramente nulla da dire”, ha risposto Astorre a IlFattoQuotidiano.it, senza voler nemmeno ascoltare le nostre domande. Rigoroso ‘no comment’ anche da Leodori.

IL BOSS: “FUCCI E’ UN TUMORE DA ESTIRPARE” – Che Alessandro Fragalà, dopo un periodo di detenzione, mirasse a riconquistare alcuni spazi attraverso la politica, si evince dalle intercettazioni inserite nella richiesta al gip. Siamo nell’autunno 2015 e il presunto boss parla sia con Schiumarini che con D’Alessandri di come rovesciare l’amministrazione grillina e inserire i suoi in amministrazione. Fra cui la figlia Astrid, per la quale immaginava un ruolo da assessore a Pomezia. “Cacciate via questo tumore e sbrigatevi – diceva Fragalà a Schiumarini – che mi ha rotto li coglioni questo tumore e sta rompendo gli equilibri del paese”. Essendo però sia Schiumarini sia D’Alessandri “bruciati” dall’operazione Bignè del 2001, secondo il capo famiglia serviva un’operazione “facce nuove”. “La gente quando vede a noi gli facciamo schifo, giusto o sbagliato che sia”, gli dava ragione D’Alessandri, azzardando: “C’abbiamo un paio di persone presentabili. Noi gli mettiamo la fascia tricolore poi gli accordi li facciamo dopo”. E il boss, in un’altra conversazione, parlando con la moglie: “A me interessa che lui c’abbia un Fragalà là dentro, cioè mia figlia… qualsiasi cosa e chiunque va là, vede a mia figlia là dentro… dice ‘e’ coperto’”.

LA SPACCATURA DEL 2018 – L’amministrazione Fucci però non cade. Anzi, il sindaco pentastellato, al secondo mandato, arriva in fondo ai 5 anni, esce dal movimento e si candida con una lista civica. Nel frattempo Schiumarini e i suoi lavorano a un candidato “pulito” e della società civile, che individuano nell’avvocato Antonio Aquino. Come si legge anche nelle cronache locali de ‘Il Corriere della Città’ e ‘Il Caffè’, anche stavolta qualcosa va storto. A poche settimane dalle comunali 2018, a mettersi di traverso è l’allora segretario cittadino del Pd, il giornalista Stefano Mengozzi, che milita nella corrente di Andrea Orlando (la stessa di Zingaretti) e nel Lazio fa capo all’ex deputato Marco Miccoli.

Mengozzi spariglia le carte e costringe il Pd cittadino ad andare alla conta interna: nonostante un iniziale vantaggio del giornalista, i due candidati finiscono in parità, così una “forzatura” sul regolamento – Aquino non era iscritto – da parte di Miccoli incorona proprio l’orlandiano. Una scelta che manderà su tutte le furie l’area di Schiumarini, tanto che Aquino si ritirerà e si candiderà con una lista civica. Il colmo, però arriva dopo le elezioni comunali – rivinte dal M5S, con Adriano Zuccala’ -: Schiumarini diventa capogruppo del Partito Democratico, mentre Mengozzi è costretto a restare fuori dai Dem, creando il gruppo “Mengozzi sindaco”, che nel simbolo riporta per tre quarti il logo Pd.

VERSO IL COMMISSARIAMENTO – Inutile sottolineare come ora il Pd sia in subbuglio. A Pomezia e non solo. Schiumarini, non formalmente indagato, è stato cacciato dal Pd attraverso un comunicato della segreteria Provincia di Roma (di cui era anche dirigente) e si è dimesso sia dal suo posto part-time in Consiglio regionale – alle dipendenze di un ufficio di diretta competenza di Leodori – sia da consigliere comunale. Al suo posto, nell’Assise pometina, entrerà Paolo Zanin, imprenditore nel settore delle cooperative. Nel frattempo, ha annunciato le sue dimissioni anche l’attuale segretario cittadino Dem, Francesco Santoli: “I miei principi di ordine etico e morale m’impediscono di proseguire il mandato – ha scritto nella sua lettera – in considerazione della consapevolezza che quanto è accaduto rende necessaria al partito una gestione collegiale con gli organismi superiori e un supplemento di impegno, data l’estrema difficoltà della situazione che stiamo vivendo, che e’ al di sopra di quanto io sia disposto a fare”. Parole che fanno trasparire tutta la delicatezza della vicenda, anche a livello territoriale.